Ci sono uomini e donne che lasciano il segno nella storia o nel costume di un paese, persone la cui impronta rimane nella memoria collettiva per anni, decenni o per sempre, persone la cui vita ed opera riusciamo a sentire un po' nostra.
Sergio Marchionne non sarà senz'altro fra questi.
Di lui si ricorderà non quello che ha creato (dopo la 500? il nulla) ma quello che ha distrutto: la relazione con i lavoratori della più grande industria italiana, l'appartenenza di un marchio storico della nostra produzione all'Italia stessa, la capacità di creare posti di lavoro e di moltiplicarli tramite l'indotto, ma soprattutto l'orgohlio di tutti gli italiani verso la Fiat stessa, ormai derubricata ad una branca di minore importanza della Chrysler.
E tutto questo con quali risultati per la stessa azienda che amministra?
Crollo delle vendite in Europa, modelli prodotti riciclando vetture già esistenti, progetti di nuove uscite rimandati di anno in anno a causa della crisi e dei risultati sempre più deludenti.
Marchionne ha una gran voglia di abbandonare la Fiat italiana al suo destino offrendo un ricatto in cambio della permanenza sul suolo nazionale della produzione: la sostituzione degli impianti automatici con gli operai.
Già perché l'applicazione delle regole che tanto piacciono a lui porta al processo inverso della storia dell'industrializzazione, uomini che devono produrre sempre di più, con pause sempre più ristrette, senza mangiare prima della fine del turno, senza la possibilità di ammalarsi per non vedersi decurtare la paga, con l'obbligo di un numero crescente di ore straordinarie.
Un esercito di robot dalle sembianze umane da rottamare non appena non servono più alla causa, uno sfregio al progresso ed alla civiltà.
Ma riflettendo questa non è altro che la rivincita di un uomo solo: immaginatelo all'ultimo piano del Lingotto, a tarda sera, le luci spente se non sulla sua scrivania, il rumore degli aspirapolvere dell'impresa di pulizie a fargli compagnia, un tramezzino acido sbrirciolato su tavolo: la solitudine dei numeri primi.
E' la rabbia interiore di un uomo solo con sé stesso e con i suoi maglioni girocollo, l'angoscia di dover lasciare un segno a qualcuno perché altrimenti nessuno si ricorderebbe di lui, l'ira che sale dentro perché gli altri non capiscono, si ostinano a voler vivere, ad amare, a gioire insieme ai figli anche senza aver ricevuto un sontuoso dividendo sulle azioni Fiat, a fare l'amore, a leggere un libro, a ridere o piangere davanti ad un film ...
Tutte cose che l'uomo del destino Fiat non ha e che invidia agli altri, per questo ce le vuole rubare, ma se non ama il nostro paese nessuno lo obbliga a rimanere, se dovesse tornare oltreoceano ce ne faremo una ragione e quando i nostri figli sentiranno (forse) nominare in futuro il suo nome chiederanno: Marchionne, chi era costui?


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