Il consumismo è una malattia: questo è il verdetto a cui si potrebbe addivenire dopo avere assistito alle scene registrate la scorsa settimana a Roma a seguito dell'apertura di un nuovo centro commerciale. Eppure a ben guardare il consumo di beni e servizi è il punto cruciale dell'attuale sistema economico capitalistico ed è alla base di tutti meccanismi di sviluppo economico attualmente contemplati, tanto che la tanto agognata "ripresa dei consumi" viene fatta apparire come l'unica ancora di salvezza dalla crisi attuale. Ma allora dove sta la ragione?
Il nodo principale è quello di non cedere a facili estremismi in entrambi i sensi: non è ipotizzabile un mondo senza produzione e consumi che significherebbe far ritornare indietro la civiltà di secoli, cancellare il progresso che ha consentito prima di tutto di migliorare l'aspettativa di vita dell'uomo, la possibilità di cura delle malattie, un migliore condizione di vita quotidiana per cui il lavoro non viene svolto esclusivamente per consentire la sopravvivenza ma anche per la crescita spirituale ed economica. Ma la produzione di beni e servizi ha alcuni limiti fisiologici: l'utilità marginale degli stessi, il rapporto fra la domanda e l'offerta ed il consumo di risorse utilizzate per crearli.
Lo sviluppo della civiltà dei consumi ha avuto inizio negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, dove grazie alle scoperte in campo tecnologico e scientifico, oltre alle mutate situazioni politiche e sociali dei paesi occidentali, è stato possibile dedicare risorse a scoperte ed invenzioni che potessero migliorare la qualità della vita.
Chiaramente per alcuni decenni questa fase ha avuto una curva di crescita in quanto il meccanismo insito consentiva a sempre una maggior fetta della popolazione di avere disponibilità economiche tali da aumentare la domanda di beni e servizi che apparivano possedere un'utilità intrinseca. Ma poi il mercato è giunto alla saturazione, basta che ognuno di noi si guardi intorno in casa propria per comprendere che risulta difficile ipotizzare il bisogno di qualcosa che non si possegga e davvero possa essere effettivamente utile.
Non solo, nel corso degli anni la produzione industriale ha dovuto utilizzare una quota sempre maggiore di risorse disponibili sul pianeta per far fronte all'enorme domanda di energia e di materie prime da utilizzare, per non parlare dei danni causati dall'inquinamento ambientale e dell'insostenibile quantità di rifiuti da smaltire che il consumo di beni comporta.
Gli imprenditori quindi hanno dovuto far fronte ad una domanda spontanea stagnante a cui hanno risposto con tecniche di marketing subdole miranti a creare la necessità di beni e soprattutto servizi totalmente superflua ed anche riducendo la vita utile dei beni prodotti, in modo da costringere i consumatori a comprare lo stesso bene più volte nel corso degli anni a causa dell'obsolescenza tecnologica o del consumo effettivo.
Questi ultimi due elementi combinati generano una sudditanza psicologica negli utenti a cui la pubblicità e le convenzioni sociali, fortemente influenzate dalle correnti di opinione degli attuali esponenti governativi guardacaso imprenditori, crea un meccanismo perverso di necessità fisica nei confronti del possesso di beni e servizi, un vero e proprio lavaggio del cervello i cui effetti sono stati resi evidenti da quanto appunto accaduto la scorsa settimana a Roma.
La soluzione? Intanto la presa di coscienza a livello politico che la crescita per essere tale deve essere sostenibile sia per le risorse consumate per attuarla sia per gli obiettivi primari di un nazione, che le attuali crisi dimostrano non possono essere solo di carattere economico ma anche sociale ed ambientale.
D'altra parte però ci deve essere un risveglio da parte di tutti noi nei confronti delle scelte individuali, che non devono essere più influenzate dalla pubblicità e dai modelli socio economici imposti dall'alto ma devono riflettere le reali necessità di ciascuno e la consapevolezza di quanto il nostro comportamento possa incidere sull'ambiente circostante e sulle risorse a disposizione per il futuro, perché deve essere un obiettivo primario lasciare ai nostri figli un mondo migliore di quello che abbiamo generato.
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