Fenicotteri a Putzu Idu (Or)

Fenicotteri a Putzu Idu (Or)

martedì 22 novembre 2011

Napoli cuore d'Italia

C'è qualcosa di magico ed irriverente nella vittoria del Napoli contro il Manchester City : la magia dei goals al momento giusto di un fuoriclasse ritrovato come Cavani, la magia di un pubblico davvero unico al mondo che mette i brividi persino ai più incalliti leghisti duri e puri quando intona alla fine le celeberrime parole di "O' surdato innamurato" .
L'irriverenza invece è nei confronti degli sceicchi che scendono dal piedistallo dopo aver speso sessanta volte di più dei partenopei ed aver creato un buco nel bilancio societario degno di un debito pubblico e , perché no, l'irriverenza è dello sconfitto (ma solo stavolta) Balotelli nei confronti di chi nelle nebbie del nord (e navigando sul fondo della classifica di serie A) si sta mangiando le unghie al vederlo sbocciare campione di livello internazionale .
Ma se ogni sacrosanto turno di coppa si apre il dibattito fra chi tifa pro e contro le squadre italiane ce n'è una che anche per chi non vuole ammetterlo ci rappresenta più delle altre, perché racchiude nei pregi e difetti di una città il cuore sacro di noi italiani (credo sia chiaro che parlo del Napoli, vero?).
E poi, diciamocelo, che belli i tempi in cui all'estero ci identificavano con "pizza e mandolino", una nostalgia spazzata via dal "italiani? bunga-bunga!": grazie Napoli, regalaci ancora il sogno e l'orgoglio di essere italiani.

lunedì 21 novembre 2011

Marchionne, chi era costui?

Ci sono uomini e donne che lasciano il segno nella storia o nel costume di un paese, persone la cui impronta rimane nella memoria collettiva per anni, decenni o per sempre, persone la cui vita ed opera riusciamo a sentire un po' nostra. 
Sergio Marchionne non sarà senz'altro fra questi. 
Di lui si ricorderà non quello che ha creato (dopo la 500? il nulla) ma quello che ha distrutto: la relazione con i lavoratori della più grande industria italiana, l'appartenenza di un marchio storico della nostra produzione all'Italia stessa, la capacità di creare posti di lavoro e di moltiplicarli tramite l'indotto, ma soprattutto l'orgohlio di tutti gli italiani verso la Fiat stessa, ormai derubricata ad una branca di minore importanza della Chrysler.
E tutto questo con quali risultati per la stessa azienda che amministra?
Crollo delle vendite in Europa, modelli prodotti riciclando vetture già esistenti, progetti di nuove uscite rimandati di anno in anno a causa della crisi e dei risultati sempre più deludenti.
Marchionne ha una gran voglia di abbandonare la Fiat italiana al suo destino offrendo un ricatto in cambio della permanenza sul suolo nazionale della produzione: la sostituzione degli impianti automatici con gli operai.
Già perché l'applicazione delle regole che tanto piacciono a lui porta al processo inverso della storia dell'industrializzazione, uomini che devono produrre sempre di più, con pause sempre più ristrette, senza mangiare prima della fine del turno, senza la possibilità di ammalarsi per non vedersi decurtare la paga, con l'obbligo di un numero crescente di ore straordinarie. 

Un esercito di robot dalle sembianze umane da rottamare non appena non servono più alla causa, uno sfregio al progresso ed alla civiltà.

Ma riflettendo questa non è altro che la rivincita di un uomo solo: immaginatelo all'ultimo piano del Lingotto, a tarda sera, le luci spente se non sulla sua scrivania, il rumore degli aspirapolvere dell'impresa di pulizie a fargli compagnia, un tramezzino acido sbrirciolato su tavolo: la solitudine dei numeri primi.
E' la rabbia interiore di un uomo solo con sé stesso e con i suoi maglioni girocollo, l'angoscia di dover lasciare un segno a qualcuno perché altrimenti nessuno si ricorderebbe di lui, l'ira che sale dentro perché gli altri non capiscono, si ostinano a voler vivere, ad amare, a gioire insieme ai figli anche senza aver ricevuto un sontuoso dividendo sulle azioni Fiat, a fare l'amore, a leggere un libro, a ridere o piangere davanti ad un film ...

Tutte cose che l'uomo del destino Fiat non ha e che invidia agli altri, per questo ce le vuole rubare, ma se non ama il nostro paese nessuno lo obbliga a rimanere, se dovesse tornare oltreoceano ce ne faremo una ragione e quando i nostri figli sentiranno  (forse) nominare in futuro il suo nome chiederanno: Marchionne, chi era costui?

domenica 20 novembre 2011

E adesso?

La luna di miele sta per finire, dopo le maggioranze "bulgare" ottenute in entrambi i rami del Parlamento il governo varato dal Professor Monti sta per smettere giacca e cravatta per rimboccarsi le maniche e varare le prime misure anti crisi.
E' stata una settimana talmente intensa che l'addio di Berlusconi di sette giorni fa in mezzo ai festeggiamenti e lanci di monetine sembra quasi un film in bianco e nero che appartiene ad un'altra epoca.



Non c'è dubbio che abbiamo davvero voltato pagina, le immagini a confronto dei due governi che si sono succeduti in pochi giorni denotano abissali differenze nello stile dei personaggi che li compongono, nella serietà palesata nell'affrontare gli incarichi e nelle effettive competenze di ciascuno dei ministri che sono entrati nella nuova compagine governativa.
Niente a che vedere con la cricca di nani, buffoni e ballerine che ha caratterizzato la peggior fase della storia repubblicana e che ha costretto uno dei paesi più sviluppati del mondo a subire il "commissariamento" di fatto da parte dell'Unione Europea ed un crollo verticale nel prestigio internazionale di cui l'Italia ha fino a pochi anni fa goduto.

Ma se il consenso in Parlamento ed anche quello popolare è sembrato subito piuttosto elevato, diverse sono state le voci di dissenso e di dubbio, sollevate sia all'interno dei partiti che nella società civile. 
In primo luogo ha suscitato forti perplessità il processo con cui si è arrivati a creare un cosiddetto "governo del Presidente" in quanto la gestione della crisi è stata presa in mano e risolta in pratica dal Presidente delle Repubblica, operando ai limiti di quanto previsto dal ruolo istituzionale.
La rapidità con cui si è giunti alla nomina di Monti fa presupporre che già da qualche mese fosse pronto un "piano B" da azionare qualora il governo Berlusconi non fosse stato più in grado di adempiere alle sue funzioni e la situazione economica fosse precipitata. Per quanto i giornali abbiano raccontato della sorpresa che ha colto la maggior parte dei neo ministri al momento della telefonata di Monti, è indubbio che una squadra di tecnici non può essere improvvisata, così come i principi del programma che è stato illustrato durante i dibatti sulla fiducia.


Si sono levate poi, in particolare da parte di alcuni esponenti del centrodestra, proteste per quello che è stato definito un vero colpo di stato, in quanto le nomine sia del Presidente del Consiglio che dei Ministri hanno travalicato il ruolo dei parlamentari e dei vari partiti politici, che sono rimasti totalmente esclusi dalla scelte. 
Inoltre considerate le fasi della crisi la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la crescita esponenziale dello spread fra i Btp ed i Bund tedeschi, espressione della sfiducia nel nostro paese da parte dei mercati internazionali. In particolare il controllo sul nostro paese messo in opera dall'Unione Europea sotto l'egida franco-tedesca è apparso a molti come un'indebita intromissione nella sovranità nazionale, in quanto la pressione esercitata sull'Italia ha di fatto costretto a mettere i piedi un nuovo governo che in primis fosse gradito proprio alle istituzioni politiche ed economiche estere.
Ma forse l'argomento che in questi giorni ha sollevato non solo dubbi ma anche un ritorno delle contestazioni di piazza è l'abito di cui appare vestito il nascente esecutivo, e cioè quello del cosiddetto "Governo delle banche".
L'interpretazione deriva sia dall'esperienza personale del Presidente del Consiglio che di uno dei ministri chiave, Corrado Passera, fino alla scorsa settimana amministratore delegato del primo gruppo bancario italiano. Il problema che viene sollevato è duplice, sia in relazione ai conflitti di interesse che potrebbero insinuarsi nelle azioni prossime future sia al fatto che la genesi della crisi planetaria viene fatta risalite proprio ai comportamenti quanto meno scorretti adottati negli ultimi anni dal sistema finanziario e che hanno intaccato gli equilibri dell'economia reale.


Il giudizio degli italiani riamane in sospeso fra la speranza della rinascita, il timore di concedere una fiducia mal riposta e la paura che non ci sia sia governo tecnico o politico che tenga di fronte ad una situazione ormai drammatica.
Le osservazioni ed i timori precedentemente esposti sono tutti condivisibili, ed è corretto mantenere alta la guardia nel seguire l'azione del nuovo governo in quanto l'Italia non può più permettersi passi falsi sia in relazione alla situazione economica sia per quanto concerne il ristabilimento di una normale vita democratica, quest'ultima affossata in particolare negli ultimi anni dai deliri di onnipotenza e di inciviltà portati dal dominio berlusconiano.
Ma se ogni dubbio è lecito ed è sacrosanto temere nel consegnare le chiavi del nostro paese a persone che non abbiamo scelto ma che in qualche modo ci sono state imposte, un'apertura di credito anche se limitata è doveroso concederla al "Professore", che peraltro già dal primo discorso da premier ha subito parlato di equità, forse il termine più adatto per indicare la priorità assoluta di questo paese e cioè il ritorno della democrazia così come era stata concepita dai padri della nostra Costituzione.
Ci attendono sacrifici, è inevitabile ma la novità sembrerebbe che il conto dovrà essere pagato da tutti e se da una parte appare ingiusto (già si parla di class action nei confronti di Berlusconi per i danni provocati al paese) dall'altra ricordiamoci che se il precedente governo fosse sopravvissuto la maggior parte degli italiani sarebbe stata affogata per far galleggiare la casta degli appartenenti al "cerchio magico".
E se ancora permanessero dei dubbi, vogliamo ricordarci ad esempio di Brunetta e degli insulti ai precari, della Gelmini e del tunnel dei neutrini o di Sacconi e dell'odio contro i lavoratori dipendenti?
Come dice un noto slogan pubblicitario, non ci sono paragoni.

sabato 12 novembre 2011

La peste del ventunesimo secolo

Il mondo politico è in fibrillazione, sono le ultime ore di un governo che resterà nelle storia per aver portato l'Italia sul baratro del fallimento non solo economico ma anche sociale e morale, una Caporetto del ventunesimo secolo il cui prezzo verrà pagato per almeno due generazioni.
Se i danni economici sono evidenti e sotto gli occhi di tutti ancora più pesanti sono gli effetti provocati dal cosiddetto "berlusconismo", una vera malattia che si è propagata via etere da ormai più di trent'anni. Un virus che attacca le difese immunitarie di ciascuno di noi, infiltrandosi subdolamente fra le meningi e che si presenta sotto forma di consigli per gli acquisti.
I malati fortunatamente sono facilmente riconoscibili, il virus apporta modifiche al patrimonio genetico deturpando le capacità intellettuali e linguistiche, per cui se per strada capita di ascoltare qualcuno che parla al telefonino con  la propria igienista dentale, è necessario mantenere le distanze in quanto potrebbe essere contagioso.
Inoltre le mutazioni del DNA causano un curioso effetto clonazione nell'aspetto esteriore dei malati, provocando la caduta dei bulbi piliferi nei maschi e rigonfiamenti e turgidità nelle labbra e nei seni delle femmine (quest'ultime curiosamente riportano come residenza sulla carta d'identità l'indirizzo "Silicon Valley").
Ma l'aspetto più inquietante per il quale gli studiosi di tutto il mondo sono a congresso permanente da ormai qualche anno è la totale assenza di segnale cerebrale con la sola eccezione dei risvegli durante la messa in onda del "Grande Fratello", durante il quale i soggetti hanno un sussulto temporaneo ed un impulso schizofrenico che consente loro però unicamente di mandare un sms per scegliere i nominati da eliminare.
Negli ultimi giorni però le loro condizioni si sono ulteriormente aggravate e si registrano numerose denunce di sparizione da parte dei familiari: pare che dopo la caduta delle loro guida spirituale hanno perso il senso dell'orientamento ed alcuni misteriosamente sono stati ritrovati a vegliare sulla tomba di Bettino Craxi ad Hammamet.
Nel frattempo per le strade ed i marciapiedi non più occupati dai SUV dei malati (che utilizzavano anche per andare a buttare la spazzatura in modo da evitare i contatti con eventuali batteri del ceppo marxista) si sente un inconsueto mormorio, la gente è ritornata a parlare di politica, si usa il noi anziché l'io, la casalinga di Voghera discute con la vicina di casa dello spread fra i Btp ed i Bund, insomma nelle strade circolano meno macchine ma più neuroni.
Considerato che per loro questi ultimi possono essere letali (le loro difese imminutarie non sono attrezzate per difendersi ed anche la lettura di Pinocchio può causare uno shock anafilattico), i malati di "berlusconismo" sono costretti a chiudersi dentro i propri televisori, in modo che le onde elettromagnetiche emesse durante il telegiornale di Emilio Fede riescano a creare una barriera protettiva contro la normalità.
Di conseguenza i cittadini sono pregati di non accendere più i televisori al fine di evitare che gli ectoplasmi dei malati fuoriescano dagli schermi ed invadano le case; nel caso malaugurato dovesse succedere come antidoto sarà sufficiente mostrare loro con decisione una copia della Costituzione della Repubblica Italiana, alla vista del testo torneranno dentro il tubo catodico urlando terrorizzati.
Infine per debellare definitivamente l'epidemia l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato di avere messo a punto un vaccino contro il "berlusconismo": si chiamerà democrazia.

mercoledì 9 novembre 2011

L'ultimo giro di valzer

"La musica è finita, gli amici se ne vanno ..." è una strofa di una vecchia canzone che ben si adatta a quanto successo oggi in Parlamento, con quell'appunto su un foglio del premier Silvio Berlusconi che sottolinea gli otto traditori che hanno affossato la sua maggioranza.
Sembra tutto finito, il fondo di una parabola discendente ormai da un anno a questa parte, un vicolo cieco dove le forze che ha messo in campo si sono scontrate con i primi cedimenti di quel "cerchio magico" che lo circondava in un aurea di invincibilità
Ma poi quella strana notizia, e la sensazione che dentro la manica c'è ancora una carta da giocare, che potrebbe scendere sul tavolo mentre gli altri stanno già stappando le bottiglie di champagne. Quelle dimissioni "ad orologeria" legate all'approvazione di una legge di cui non si conosce il termine entro il quel verrà votata e quel testo ancora più misterioso della legge di stabilità non consentono ancora agli italiani di ritenere girata definitivamente una delle pagine più buie della nostra storia.
Si ha l'impressione che Berlusconi stia preparando la sua vendetta finale, in quel decreto si può facilmente immaginare che verranno compresi alcuni dei temi a lui cari che tutto il parlamento dovrà essere costretto ad approvare per non scontentare l'Europa che ci guarda ogni giorno sempre più preoccupata.
E se non dovesse essere approvato , beh allora la colpa sarebbe dell'opposizione che rischia in un clamoroso ribaltone di fare la figure agli occhi del  mondo della parte irresponsabile che potrebbe affossare il paese.
Un sottile gioco politico, come quello che un anno fa ha consentito a Berlusconi di guadagnare un mese di tempo per la data della mozione di sfiducia e nel frattempo quindi di riuscire a "convincere" alcuni parlamentari a ritornare all'ovile.
In questo momento mentre i titoli dei giornali di tutto il mondo lo danno già morto e sepolto ho la sensazione che stia sorridendo per essere riuscito ancora una volta a rifilare a salvare la pelle ed a fare fessi tutti gli italiani.
La parola "fine" non è ancora stata scritta, forse c'è ancora una pagina bianca ed un uomo con una penna in mano che sta per riempirla, una specie di testamento la cui eredità dovremo portarci sulle spalle per generazioni. Speriamo che sia finito l'inchiostro.

martedì 8 novembre 2011

Cercasi Noè

Stiamo tutti guardando il cielo, cerchiamo uno squarcio azzurro nella matassa ingarbugliata delle nuvole grigie che sembra un nodo indistricabile. L'acqua è fonte di vita, ma in questi giorni è diventata portatrice di morte. Ogni anno ci sono un'alluvione e dei morti da ricordare, ogni anno si aprono (e si chiudono dopo pochi giorni) le polemiche sulle colpe, ma quelle mezze stagioni che un luogo comune vuole che non esistano più sono diventate l'incubo per chi vive a pochi metri da un qualsiasi rigagnolo.
L'uomo da sempre ha cercato la vicinanza dei corsi d'acqua, che consentono di irrigare le terre, di praticare la pesca, di raggiungere altri luoghi. Una delle più grandi civiltà della storia, quella egizia, non sarebbe esistita senza il prezioso aiuto del Nilo.
Adesso è troppo facile allargare le braccia e parlare di fatalità, di pioggia eccezionale, di evento imprevedibile. La verità che la nostra è un'inciviltà fondata sul mattone, si continua a costruire, ovunque, sempre, senza rispetto, perché alla base delle grandi ricchezze c'è sempre una colata di cemento. Vogliamo ricordare ad esempio come ha cominciato Silvio Berlusconi?
Ma la natura è una belva che non si lascia addomesticare, ci sono voluti milioni di anni per creare un equilibrio fra le forze della natura e stanno bastando pochi decenni per distruggere irrimediabilmente il mondo che ci accoglie.
E la terra si vendica, esige i sacrifici sull'altare. Ma come sempre sono gli innocenti che pagano ed i colpevoli non solo la fanno franca, ma rischiano pure di guadagnarci, perché bisogna pur sempre ricostruire e quindi un alluvione può essere un occasione di business.
Non ci resta che sperare in un nuovo Noè.

lunedì 7 novembre 2011

Il consumismo è una malattia?

Il consumismo è una malattia: questo è il verdetto a cui si potrebbe addivenire dopo avere assistito alle scene registrate la scorsa settimana a Roma a seguito dell'apertura di un nuovo centro commerciale. Eppure a ben guardare il consumo di beni e servizi è il punto cruciale dell'attuale sistema economico capitalistico ed è alla base di tutti meccanismi di sviluppo economico attualmente contemplati, tanto che la tanto agognata "ripresa dei consumi" viene fatta apparire come l'unica ancora di salvezza dalla crisi attuale. Ma allora dove sta la ragione?
Il nodo principale è quello di non cedere a facili estremismi in entrambi i sensi: non è ipotizzabile un mondo senza produzione e consumi che significherebbe far ritornare indietro la civiltà di secoli, cancellare il progresso che ha consentito prima di tutto di migliorare l'aspettativa di vita dell'uomo, la possibilità di cura delle malattie, un migliore condizione di vita quotidiana per cui il lavoro non viene svolto esclusivamente per consentire la sopravvivenza ma anche per la crescita spirituale ed economica. Ma la produzione di beni e servizi ha alcuni limiti fisiologici: l'utilità marginale degli stessi, il rapporto fra la domanda e l'offerta ed il consumo di risorse utilizzate per crearli.
Lo sviluppo della civiltà dei consumi ha avuto inizio negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, dove grazie alle scoperte in campo tecnologico e scientifico, oltre alle mutate situazioni politiche e sociali dei paesi occidentali, è stato possibile dedicare risorse a scoperte ed invenzioni che potessero migliorare la qualità della vita.
Chiaramente per alcuni decenni questa fase ha avuto una curva di crescita in quanto il meccanismo insito consentiva a sempre una maggior fetta della popolazione di avere disponibilità economiche tali da aumentare la domanda di beni e servizi che apparivano possedere un'utilità intrinseca. Ma poi il mercato è giunto alla saturazione, basta che ognuno di noi si guardi intorno in casa propria per comprendere che risulta difficile ipotizzare il bisogno di qualcosa che non si possegga e davvero possa essere effettivamente utile.
Non solo, nel corso degli anni la produzione industriale ha dovuto utilizzare una quota sempre maggiore di risorse disponibili sul pianeta per far fronte all'enorme domanda di energia e di materie prime da utilizzare, per non parlare dei danni causati dall'inquinamento ambientale e dell'insostenibile quantità di rifiuti da smaltire che il consumo di beni comporta.
Gli imprenditori quindi hanno dovuto far fronte ad una domanda spontanea stagnante a cui hanno risposto con tecniche di marketing subdole miranti a creare la necessità di beni e soprattutto servizi totalmente superflua ed anche riducendo la vita utile dei beni prodotti, in modo da costringere i consumatori a comprare lo stesso bene più volte nel corso degli anni a causa dell'obsolescenza tecnologica o del consumo effettivo.
Questi ultimi due elementi combinati generano una sudditanza psicologica negli utenti a cui la pubblicità e le convenzioni sociali, fortemente influenzate dalle correnti di opinione degli attuali esponenti governativi guardacaso imprenditori, crea un meccanismo perverso di necessità fisica nei confronti del possesso di beni e servizi, un vero e proprio lavaggio del cervello i cui effetti sono stati resi evidenti da quanto appunto accaduto la scorsa settimana a Roma.
La soluzione? Intanto la presa di coscienza a livello politico che la crescita per essere tale deve essere sostenibile sia per le risorse consumate per attuarla sia per gli obiettivi primari di un nazione, che le attuali crisi dimostrano non possono essere solo di carattere economico ma anche sociale ed ambientale.
D'altra parte però ci deve essere un risveglio da parte di tutti noi nei confronti delle scelte individuali, che non devono essere più influenzate dalla pubblicità e dai modelli socio economici imposti dall'alto ma devono riflettere le reali necessità di ciascuno e la consapevolezza di quanto il nostro comportamento possa incidere sull'ambiente circostante e sulle risorse a disposizione per il futuro, perché deve essere un obiettivo primario lasciare ai nostri figli un mondo migliore di quello che abbiamo generato.

mercoledì 2 novembre 2011

Meglio i licenziamenti facili o le dimissioni?

Ci risiamo, dopo averlo nascosto fra le pieghe del decreto di agosto il tema dei licenziamenti facili riappare miracolosamente nella lettera consegnata la scorsa settimana dal premier Silvio Berlusconi all'Unione Europea, che manifesta per l'argomento una vera ossessione, paragonabile a quella per il sesso di cui si è a lungo parlato negli ultimi mesi.
L'insistenza con cui viene proposto evidenzia una vera e propria mania punitiva nei confronti dei lavoratori dipendenti, evidentemente considerati il maggiore bacino di voto dell'opposizione e pertanto al centro del mirino, anche in vista delle elezioni del 2013 o, più probabilmente, del 2012.
Ma vediamo di restringere il campo dell'analisi ai soli effetti sullo sviluppo economico che la misura dovrebbe apportare.
Più volte il governo e gli imprenditori, che rappresentano ovviamente il popolo degli elettori del centro destra (ricordate la frase di Berlusconi ad un convegno pre-elettorale di Confindustria "io sono uno di voi") hanno evidenziato come sia necessaria una riforma del mercato del lavoro per ottenere una maggiore flessibilità nell'aplicazione dei contratti, al fine di rispondere alle esigenze imposte dalla globalizzazione dei mercati. 
In realtà una prima serie di norme in materia è già stata emanata da tempo, pensiamo alla cosiddetta "Legge Biagi", creando enormi distorsioni dovute alla creazione di figure contrattuali anomale che hanno sviluppato in misura superiore al previsto il cosiddetto fenomeno del precariato. 
Di conseguenza la situazione attuale del mercato italiano è caratterizzata dalla presenza in sostanza di due categorie: da una parte i lavoratori a tempo indeterminato in maggioranza assunti fino agli anni novanta con tutte le tutele economiche e normative previste dall'evoluzioni delle lotte sindacali degli anni sessanta e settanta, dall'altra una sempre più crescente fetta di lavoratori atipici, ovviamente tutti giovani, con stipendi a livello di sopravvivenza e quasi nessuna tutela normativa. 
L'impostazione nelle dichiarazioni ed intenzioni degli esponenti di governo è quella di scatenare una guerra generazionale, provocare un senso di colpa nei padri che rubano il posto ai figli. Ma dietro questa falsa diatriba vi è la volontà di smontare pezzo per pezzo l'insieme delle tutele e dei trattamenti economici, in quanto è evidente il risparmio che verrebbe realizzato da parte delle aziende sostituendo i "vecchi" lavoratori con i "nuovi", sottopagati.

Ma oltre all'evidente vantaggio economico è ancora più rilevante il pericolo dell'utilizzo improprio dello strumento del licenziamento, che verrebbe a configurarsi come una minaccia sventolata continuamente agli occhi del lavoratore che non soggiace ai voleri dell'imprenditore. Quindi flessibilità in un unico senso, con il lavoratore costretto a subire qualunque tipo di richiesta venga dal datore di lavoro, in tema di riconoscimenti economici, di orari di lavoro, di mancata fruizione di ferie  e festività e chi più ne ha più ne metta. Possiamo immaginare che il trattamento riservato sarebbe assolutamente paragonabile a quello tuttora vigente per i lavoratori in "nero" e per gli extacomunitari, situazioni che ben esemplificano il modello ideale che le aziende vorrebbero adottare e che è stato sposato in pieno dall'attuale governo.
Fin qui abbiamo parlato dei vantaggi per le aziende e dei danni per i lavoratori, ma il provvedimento dovrebbe far parte di una serie di misure a sostegno dello sviluppo economico per favorire la ripresa del paese piombato nella peggiore crisi dal dopoguerra. E quindi, quali vantaggi porterebbe se diventasse legge, superando le varie traversie paralmentari e le inevitabili proteste di piazza?
La risposta è facile: nessuno, anzi sarebbe probabile un danno per il sistema ed un ulteriore decrescita del paese.
Posto che il reddito prodotto possa essere lo stesso come viene distribuito e che effetti comporta sulla ricchezza nazionale?
Le vittime predestinate delle crisi economiche e sociali degli ultimi anni sono stati gli appartenenti alla cosiddetta classe media, cioè in sostanza quegli individui il cui livello di reddito consente non solo di soddisfare le primarie esigenze per la sopravvivenza ma di destinarne quote al consumo di beni e servizi non indispensabili od all'accumulo di risparmi per fronteggiare le esigenze future, oppure a combinare entrambi gli obiettivi qualora possibile. 
In questa cornice si possono sostanzialmente ricondurre i lavoratori dipendenti del settore pubblico e privato (in particolare delle aziende medio grandi) in maggioranza con contratti di lavoro a tempo indeterminato e quindi livelli retributivi e normativi risalenti ad epoche precedenti alle ultime riforme del lavoro. A questi vanno aggiunti anche lavoratori autonomi, artigiani e commercianti le cui attività indipendentemente dalla forma giuridica con cui sono esercitate fanno capo al titolare ed alla sua famiglia.
Tratti distintivi di entrambe le categorie è la destinazione del reddito al soddisfacimento dei bisogni personali e dei propri familiari, indirizzando pertanto l'eventuale accumulo alla creazione di riserve per essi e per la gestione degli eventi futuri, escludendo quindi la creazione di profitto finanziario come obiettivo primario dell'attività.
Si tratta quindi di una collettività importante, anzi statisticamente la più numerosa considerando l'intera popolazione; in particolare i lavoratori dipendenti rappresentano all'incirca il 75% dell'intera forza lavoro e pertanto appare subito evidente che gli effetti della misura andrebbero moltiplicati su una collettività numericamente rilevante.
Ma come si comporta la classe media ed in particolare i lavoratori dipendenti?
Il ceto medio si è sviluppato in seguito alla crescita economica globale dopo la seconda guerra mondiale, quando l'elevato grado di industrializzazione ha consentito di aumentare la produzione riducendo il tempo ed i mezzi impiegati per produrre i beni. Di conseguenza i lavoratori hanno avuto la possibilità, grazie alle lotte sindacali intraprese, di ridurre l'orario di lavoro ed aumentare il salario a disposizione.
Questo meccanismo ha creato in pratica la figura del consumatore, cardine dell'attuale sistema capitalistico e produttivo, in quanto con maggiori risorse economiche e di tempo i lavoratori hanno cominciato ad utilizzare il reddito per acquistare beni e servizi non strettamente necessari o derivanti dalle evoluzioni tecnologiche, creando un processo virtuoso per le aziende che vedevano aumentare la produzione ed i profitti; analogo destino toccava agli stati stessi che dalla crescita della ricchezza incameravano maggiori risorse da destinare al proprio funzionamento.
Ma questo processo ha un limite fisiologico, perché non è automatica la crescita dei consumi all'aumentare del reddito, in quanto oltre un certo limite la propensione al consumo si stabilizza, in quanto non esistono nuovi beni da acquistare oppure la soddisfazione per il possesso non giustifica l'ulteriore spesa, limite che mediamente è lontano da raggiungere per i lavoratori dipendenti.
Ma dall'altra parte i possessori di ingenti redditi che superano tale limite hanno mutato nel corso degli anni il loro comportamento, non indirizzando più la ricchezza prodotta al reinvestimento nelle proprie attività, fatto che aveva consentito negli anni del boom economico la crescita del sistema, in quanto i nuovi investimenti creavano nuovi posti di lavoro e immettevano nuovamente nel sistema liquidità generando un circolo virtuoso. Negli ultimi decenni si è affermato il fenomeno dell'esportazione dei capitali all'estero e della crescita della speculazione finanziaria, oltre ad una crescita esponenziale dell'evasione fiscale proprio per favorire tali attività, diventando in un numero crescente di casi l'attività primaria degli imprenditori.
Quest'ultimi pertanto utilizzano gli utili delle aziende non più per far crescere l'attività ma principalmente per aumentare a dismisura la propria ricchezza personale, a danno dell'intera collettività che vede redistribuire in maniera sempre meno equa il reddito prodotto dalla nazione. Non solo, gli stessi imprenditori protagonisti delle azioni sopra citate sono in genere gli stessi che presentano bilanci in perdita ed accedono alle risorse pubbliche della cassa integrazione, quando non arrivano a far fallire la propria impresa volontariamente lasciando i creditori con un pugno di mosche ed i lavoratori in mezzo ad una strada, tranne poi ricominciare daccapo con una nuova azienda vergine.
Quindi, per tornare al nocciolo della questione, i lavoratori dipendenti sono la fetta della popolazione con la maggiore propensione al consumo e disponibilità al sostegno delle aziende mediante l'investimento finanziario dei propri risparmi, le imprese invece sono sempre più protagoniste di speculazioni finanziarie che sottraggono ricchezza al paese e pertanto l'ulteriore spostamento del reddito e le agevolazioni previste dalla legge sui licenziamenti che potrebbe essere approvata avrebbe come evidente risultato una drastica riduzione dei consumi interni (ricordiamo che la produzione è rivolta in media per circa l'80% al mercato interno), minori risorse da destinare al sostegno diretto delle imprese sane, possibile incremento dell'evasione fiscale e ricorso a strumenti pubblici di sostegno del reddito per i disoccupati, aumento della  speculazione finanziaria e trasferimenti illeciti di capitali all'estero.
E tutto questo dovrebbe servire a risanare il debito pubblico e fungere da volano allo sviluppo del paese?
Come diceva un famoso slogan pubblicitario ... 
"meditate gente, meditate".