Il reperimento di sempre maggiori risorse energetiche è diventato negli ultimi anni una necessità impellente ed un problema di natura internazionale; le previsioni della riduzione della possibilità di approvvigionamento del petrolio, dati in voga già dagli anni '70, hanno fatto nascere a livello mondiale la corsa alla sviluppo delle fonti energetiche alternative, portando anche a livello nazionale all'emanazione di leggi che regolano la concessione di sostanziosi contributi per incentivare l'incremento del ricorso all'energia fotovoltaica anche da parte di privati.
Ma sua maestà il petrolio in fondo è rimasto il padrone incontrastato sia perché le ricerche sulle fonti alternative non hanno prodotto risultati tali da rendere sicuramente anti economico lo sfruttamento dei giacimenti, sia perché trattandosi di un prodotto fondamentale per il mantenimento e lo sviluppo dell'attuale modello economico gli interessi legati al mercato del greggio sono diventati veri poteri forti tali da influenzare le scelte politiche e sociali delle nazioni, nonostante la crisi dovuta alla tragedia del 2010 nel Golfo del Messico.
Così in Italia da qualche mese si è tornato a discutere sui tagli agli incentivi per l'energia fotovoltaica e nella stessa direzione, volta a favorire il ritorno allo sfruttamento dell'oro nero, si sono verificati alcuni fatti allarmanti per l'impatto che le decisioni potrebbero avere in particolare a livello ambientale ma anche a livello economico.
Cito in particolare due notizie apparse questo mese la prima su "La Nuova Sardegna" ( Oro nero. l'assalto al mare del Sinis ) e la secondo su "Il Fatto Quotidiano" ( Sicilia, trivelle pronte per l’oro nero E per la Prestigiacomo è un affare di famiglia ); in entrambi casi c'è un comune denominatore, anzi due: le ricerche in aree di elevato pregio ambientale e turistico e, soprattutto, il fatto che l'Italia sia diventato il paese della cuccagna per le imprese petrolifere.
I dati sono stati ben evidenziati dal dossier sull'argomento di Legambiente ( Un mare di trivelle ) , nel quale vengono messi in evidenza sia la favorevole legislazione "ad trivellam" che passata sotto silenzio ha consentito nell'ultimo anno di allargare le maglie del divieto di ricerca nei nostri mari (ed un nuovo disegno di legge è in corso di esame) sia in particolare le motivazioni economiche sottostanti allo sviluppo dell'attività in Italia.
Infatti oggi nel nostro paese ricercare ed estrarre il petrolio ha delle condizioni molto più vantaggiose rispetto al contesto internazionale, con particolare riguardo a quelle fiscali.
Tali cifre sono esplicitate nei siti delle stesse compagnie petrolifere che parlano di costi di concessione annuali di soli 5 Euro per km quadrato e royalties fino al massimo del 7% (4% per il petrolio offshore); per avere un termine di paragone in Libia si arriva all'85 per cento, in Norvegia e Russia all'80.
E' evidente che un simile trattamento favorevole invoglia le multinazionali ad investire nel settore con conseguente indotto per le imprese italiane che entrerebbero in affari con le compagnie. Tale fatto ha però innescato i dubbi in relazione ai legami politico - industriali che potrebbero derivarne in quanto l'attuale governo e molti parlamentari sono portatori di interessi personali relativi al business delle imprese di famiglia e le normative che stanno incentivando il settore petrolifero aprono un ulteriore capitolo relativo al conflitto di interessi.
Infatti, come evidenziato nel succitato articolo de "Il Fatto Quotidiano", le compagnie petrolifere titolari delle concessioni pronte ad affondare le trivelle nel canale di Sicilia hanno dei legami di affari con imprese della famiglia del Ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, legami che pur non avendo assolutamente niente di illegale stridono con il fatto che fanno capo proprio con i parenti stretti della titolare del dicastero che si dovrebbe occupare istituzionalmente di difendere l'ambiente ed il territorio.
In definitiva un quadro poco rassicurante sia per il rischio ambientale che tali operazioni comporta sia per la possibilità concreta di impoverimento della bellezza e dell'integrità dei nostri mari e delle nostre coste. Le bellezze paesaggistiche ed il conseguente sviluppo turistico che comportano sono sempre stati una delle colonne portante della nostra economia e del nostro stile di vita, anche se negli ultimi decenni tale ricchezza è stata erosa da scellerate politiche edilizie e di mancata difesa dall'inquinamento.
Rinunciare a tale patrimonio per una quota insignificante di produzione economica (nel 2010 sono state estratte 5 milioni di tonnellate di petrolio, che rappresenatno meno del 7% dei consumi totali nazionali di greggio) ed oltretutto con il rischio di vedere aumentare le problematiche relative ai discutibili intrecci fra i poteri politici ed economici ai danni della collettività e della nazione, ritengo si tratti di una scelta altamente rischiosa e potenzialmente distruttiva dal punto di vista ambientale, ma anche alla lunga anti economica (lo sfrtuttamento ecosostenibile delle risorse paesaggistiche è uno degli investimenti a maggior ritorno a medio lungo termine).
Avallare tale scelta rpresenterebbe un calcio dato alle prospettive future del paese oltre che un ulteriore segnale del distacco fra gli interessi comuni della popolazione e della nazione in generale rispetto a quelli particolari dei poteri forti sia economici che politici.







