Fenicotteri a Putzu Idu (Or)

Fenicotteri a Putzu Idu (Or)

martedì 22 novembre 2011

Napoli cuore d'Italia

C'è qualcosa di magico ed irriverente nella vittoria del Napoli contro il Manchester City : la magia dei goals al momento giusto di un fuoriclasse ritrovato come Cavani, la magia di un pubblico davvero unico al mondo che mette i brividi persino ai più incalliti leghisti duri e puri quando intona alla fine le celeberrime parole di "O' surdato innamurato" .
L'irriverenza invece è nei confronti degli sceicchi che scendono dal piedistallo dopo aver speso sessanta volte di più dei partenopei ed aver creato un buco nel bilancio societario degno di un debito pubblico e , perché no, l'irriverenza è dello sconfitto (ma solo stavolta) Balotelli nei confronti di chi nelle nebbie del nord (e navigando sul fondo della classifica di serie A) si sta mangiando le unghie al vederlo sbocciare campione di livello internazionale .
Ma se ogni sacrosanto turno di coppa si apre il dibattito fra chi tifa pro e contro le squadre italiane ce n'è una che anche per chi non vuole ammetterlo ci rappresenta più delle altre, perché racchiude nei pregi e difetti di una città il cuore sacro di noi italiani (credo sia chiaro che parlo del Napoli, vero?).
E poi, diciamocelo, che belli i tempi in cui all'estero ci identificavano con "pizza e mandolino", una nostalgia spazzata via dal "italiani? bunga-bunga!": grazie Napoli, regalaci ancora il sogno e l'orgoglio di essere italiani.

lunedì 21 novembre 2011

Marchionne, chi era costui?

Ci sono uomini e donne che lasciano il segno nella storia o nel costume di un paese, persone la cui impronta rimane nella memoria collettiva per anni, decenni o per sempre, persone la cui vita ed opera riusciamo a sentire un po' nostra. 
Sergio Marchionne non sarà senz'altro fra questi. 
Di lui si ricorderà non quello che ha creato (dopo la 500? il nulla) ma quello che ha distrutto: la relazione con i lavoratori della più grande industria italiana, l'appartenenza di un marchio storico della nostra produzione all'Italia stessa, la capacità di creare posti di lavoro e di moltiplicarli tramite l'indotto, ma soprattutto l'orgohlio di tutti gli italiani verso la Fiat stessa, ormai derubricata ad una branca di minore importanza della Chrysler.
E tutto questo con quali risultati per la stessa azienda che amministra?
Crollo delle vendite in Europa, modelli prodotti riciclando vetture già esistenti, progetti di nuove uscite rimandati di anno in anno a causa della crisi e dei risultati sempre più deludenti.
Marchionne ha una gran voglia di abbandonare la Fiat italiana al suo destino offrendo un ricatto in cambio della permanenza sul suolo nazionale della produzione: la sostituzione degli impianti automatici con gli operai.
Già perché l'applicazione delle regole che tanto piacciono a lui porta al processo inverso della storia dell'industrializzazione, uomini che devono produrre sempre di più, con pause sempre più ristrette, senza mangiare prima della fine del turno, senza la possibilità di ammalarsi per non vedersi decurtare la paga, con l'obbligo di un numero crescente di ore straordinarie. 

Un esercito di robot dalle sembianze umane da rottamare non appena non servono più alla causa, uno sfregio al progresso ed alla civiltà.

Ma riflettendo questa non è altro che la rivincita di un uomo solo: immaginatelo all'ultimo piano del Lingotto, a tarda sera, le luci spente se non sulla sua scrivania, il rumore degli aspirapolvere dell'impresa di pulizie a fargli compagnia, un tramezzino acido sbrirciolato su tavolo: la solitudine dei numeri primi.
E' la rabbia interiore di un uomo solo con sé stesso e con i suoi maglioni girocollo, l'angoscia di dover lasciare un segno a qualcuno perché altrimenti nessuno si ricorderebbe di lui, l'ira che sale dentro perché gli altri non capiscono, si ostinano a voler vivere, ad amare, a gioire insieme ai figli anche senza aver ricevuto un sontuoso dividendo sulle azioni Fiat, a fare l'amore, a leggere un libro, a ridere o piangere davanti ad un film ...

Tutte cose che l'uomo del destino Fiat non ha e che invidia agli altri, per questo ce le vuole rubare, ma se non ama il nostro paese nessuno lo obbliga a rimanere, se dovesse tornare oltreoceano ce ne faremo una ragione e quando i nostri figli sentiranno  (forse) nominare in futuro il suo nome chiederanno: Marchionne, chi era costui?

domenica 20 novembre 2011

E adesso?

La luna di miele sta per finire, dopo le maggioranze "bulgare" ottenute in entrambi i rami del Parlamento il governo varato dal Professor Monti sta per smettere giacca e cravatta per rimboccarsi le maniche e varare le prime misure anti crisi.
E' stata una settimana talmente intensa che l'addio di Berlusconi di sette giorni fa in mezzo ai festeggiamenti e lanci di monetine sembra quasi un film in bianco e nero che appartiene ad un'altra epoca.



Non c'è dubbio che abbiamo davvero voltato pagina, le immagini a confronto dei due governi che si sono succeduti in pochi giorni denotano abissali differenze nello stile dei personaggi che li compongono, nella serietà palesata nell'affrontare gli incarichi e nelle effettive competenze di ciascuno dei ministri che sono entrati nella nuova compagine governativa.
Niente a che vedere con la cricca di nani, buffoni e ballerine che ha caratterizzato la peggior fase della storia repubblicana e che ha costretto uno dei paesi più sviluppati del mondo a subire il "commissariamento" di fatto da parte dell'Unione Europea ed un crollo verticale nel prestigio internazionale di cui l'Italia ha fino a pochi anni fa goduto.

Ma se il consenso in Parlamento ed anche quello popolare è sembrato subito piuttosto elevato, diverse sono state le voci di dissenso e di dubbio, sollevate sia all'interno dei partiti che nella società civile. 
In primo luogo ha suscitato forti perplessità il processo con cui si è arrivati a creare un cosiddetto "governo del Presidente" in quanto la gestione della crisi è stata presa in mano e risolta in pratica dal Presidente delle Repubblica, operando ai limiti di quanto previsto dal ruolo istituzionale.
La rapidità con cui si è giunti alla nomina di Monti fa presupporre che già da qualche mese fosse pronto un "piano B" da azionare qualora il governo Berlusconi non fosse stato più in grado di adempiere alle sue funzioni e la situazione economica fosse precipitata. Per quanto i giornali abbiano raccontato della sorpresa che ha colto la maggior parte dei neo ministri al momento della telefonata di Monti, è indubbio che una squadra di tecnici non può essere improvvisata, così come i principi del programma che è stato illustrato durante i dibatti sulla fiducia.


Si sono levate poi, in particolare da parte di alcuni esponenti del centrodestra, proteste per quello che è stato definito un vero colpo di stato, in quanto le nomine sia del Presidente del Consiglio che dei Ministri hanno travalicato il ruolo dei parlamentari e dei vari partiti politici, che sono rimasti totalmente esclusi dalla scelte. 
Inoltre considerate le fasi della crisi la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la crescita esponenziale dello spread fra i Btp ed i Bund tedeschi, espressione della sfiducia nel nostro paese da parte dei mercati internazionali. In particolare il controllo sul nostro paese messo in opera dall'Unione Europea sotto l'egida franco-tedesca è apparso a molti come un'indebita intromissione nella sovranità nazionale, in quanto la pressione esercitata sull'Italia ha di fatto costretto a mettere i piedi un nuovo governo che in primis fosse gradito proprio alle istituzioni politiche ed economiche estere.
Ma forse l'argomento che in questi giorni ha sollevato non solo dubbi ma anche un ritorno delle contestazioni di piazza è l'abito di cui appare vestito il nascente esecutivo, e cioè quello del cosiddetto "Governo delle banche".
L'interpretazione deriva sia dall'esperienza personale del Presidente del Consiglio che di uno dei ministri chiave, Corrado Passera, fino alla scorsa settimana amministratore delegato del primo gruppo bancario italiano. Il problema che viene sollevato è duplice, sia in relazione ai conflitti di interesse che potrebbero insinuarsi nelle azioni prossime future sia al fatto che la genesi della crisi planetaria viene fatta risalite proprio ai comportamenti quanto meno scorretti adottati negli ultimi anni dal sistema finanziario e che hanno intaccato gli equilibri dell'economia reale.


Il giudizio degli italiani riamane in sospeso fra la speranza della rinascita, il timore di concedere una fiducia mal riposta e la paura che non ci sia sia governo tecnico o politico che tenga di fronte ad una situazione ormai drammatica.
Le osservazioni ed i timori precedentemente esposti sono tutti condivisibili, ed è corretto mantenere alta la guardia nel seguire l'azione del nuovo governo in quanto l'Italia non può più permettersi passi falsi sia in relazione alla situazione economica sia per quanto concerne il ristabilimento di una normale vita democratica, quest'ultima affossata in particolare negli ultimi anni dai deliri di onnipotenza e di inciviltà portati dal dominio berlusconiano.
Ma se ogni dubbio è lecito ed è sacrosanto temere nel consegnare le chiavi del nostro paese a persone che non abbiamo scelto ma che in qualche modo ci sono state imposte, un'apertura di credito anche se limitata è doveroso concederla al "Professore", che peraltro già dal primo discorso da premier ha subito parlato di equità, forse il termine più adatto per indicare la priorità assoluta di questo paese e cioè il ritorno della democrazia così come era stata concepita dai padri della nostra Costituzione.
Ci attendono sacrifici, è inevitabile ma la novità sembrerebbe che il conto dovrà essere pagato da tutti e se da una parte appare ingiusto (già si parla di class action nei confronti di Berlusconi per i danni provocati al paese) dall'altra ricordiamoci che se il precedente governo fosse sopravvissuto la maggior parte degli italiani sarebbe stata affogata per far galleggiare la casta degli appartenenti al "cerchio magico".
E se ancora permanessero dei dubbi, vogliamo ricordarci ad esempio di Brunetta e degli insulti ai precari, della Gelmini e del tunnel dei neutrini o di Sacconi e dell'odio contro i lavoratori dipendenti?
Come dice un noto slogan pubblicitario, non ci sono paragoni.

sabato 12 novembre 2011

La peste del ventunesimo secolo

Il mondo politico è in fibrillazione, sono le ultime ore di un governo che resterà nelle storia per aver portato l'Italia sul baratro del fallimento non solo economico ma anche sociale e morale, una Caporetto del ventunesimo secolo il cui prezzo verrà pagato per almeno due generazioni.
Se i danni economici sono evidenti e sotto gli occhi di tutti ancora più pesanti sono gli effetti provocati dal cosiddetto "berlusconismo", una vera malattia che si è propagata via etere da ormai più di trent'anni. Un virus che attacca le difese immunitarie di ciascuno di noi, infiltrandosi subdolamente fra le meningi e che si presenta sotto forma di consigli per gli acquisti.
I malati fortunatamente sono facilmente riconoscibili, il virus apporta modifiche al patrimonio genetico deturpando le capacità intellettuali e linguistiche, per cui se per strada capita di ascoltare qualcuno che parla al telefonino con  la propria igienista dentale, è necessario mantenere le distanze in quanto potrebbe essere contagioso.
Inoltre le mutazioni del DNA causano un curioso effetto clonazione nell'aspetto esteriore dei malati, provocando la caduta dei bulbi piliferi nei maschi e rigonfiamenti e turgidità nelle labbra e nei seni delle femmine (quest'ultime curiosamente riportano come residenza sulla carta d'identità l'indirizzo "Silicon Valley").
Ma l'aspetto più inquietante per il quale gli studiosi di tutto il mondo sono a congresso permanente da ormai qualche anno è la totale assenza di segnale cerebrale con la sola eccezione dei risvegli durante la messa in onda del "Grande Fratello", durante il quale i soggetti hanno un sussulto temporaneo ed un impulso schizofrenico che consente loro però unicamente di mandare un sms per scegliere i nominati da eliminare.
Negli ultimi giorni però le loro condizioni si sono ulteriormente aggravate e si registrano numerose denunce di sparizione da parte dei familiari: pare che dopo la caduta delle loro guida spirituale hanno perso il senso dell'orientamento ed alcuni misteriosamente sono stati ritrovati a vegliare sulla tomba di Bettino Craxi ad Hammamet.
Nel frattempo per le strade ed i marciapiedi non più occupati dai SUV dei malati (che utilizzavano anche per andare a buttare la spazzatura in modo da evitare i contatti con eventuali batteri del ceppo marxista) si sente un inconsueto mormorio, la gente è ritornata a parlare di politica, si usa il noi anziché l'io, la casalinga di Voghera discute con la vicina di casa dello spread fra i Btp ed i Bund, insomma nelle strade circolano meno macchine ma più neuroni.
Considerato che per loro questi ultimi possono essere letali (le loro difese imminutarie non sono attrezzate per difendersi ed anche la lettura di Pinocchio può causare uno shock anafilattico), i malati di "berlusconismo" sono costretti a chiudersi dentro i propri televisori, in modo che le onde elettromagnetiche emesse durante il telegiornale di Emilio Fede riescano a creare una barriera protettiva contro la normalità.
Di conseguenza i cittadini sono pregati di non accendere più i televisori al fine di evitare che gli ectoplasmi dei malati fuoriescano dagli schermi ed invadano le case; nel caso malaugurato dovesse succedere come antidoto sarà sufficiente mostrare loro con decisione una copia della Costituzione della Repubblica Italiana, alla vista del testo torneranno dentro il tubo catodico urlando terrorizzati.
Infine per debellare definitivamente l'epidemia l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato di avere messo a punto un vaccino contro il "berlusconismo": si chiamerà democrazia.

mercoledì 9 novembre 2011

L'ultimo giro di valzer

"La musica è finita, gli amici se ne vanno ..." è una strofa di una vecchia canzone che ben si adatta a quanto successo oggi in Parlamento, con quell'appunto su un foglio del premier Silvio Berlusconi che sottolinea gli otto traditori che hanno affossato la sua maggioranza.
Sembra tutto finito, il fondo di una parabola discendente ormai da un anno a questa parte, un vicolo cieco dove le forze che ha messo in campo si sono scontrate con i primi cedimenti di quel "cerchio magico" che lo circondava in un aurea di invincibilità
Ma poi quella strana notizia, e la sensazione che dentro la manica c'è ancora una carta da giocare, che potrebbe scendere sul tavolo mentre gli altri stanno già stappando le bottiglie di champagne. Quelle dimissioni "ad orologeria" legate all'approvazione di una legge di cui non si conosce il termine entro il quel verrà votata e quel testo ancora più misterioso della legge di stabilità non consentono ancora agli italiani di ritenere girata definitivamente una delle pagine più buie della nostra storia.
Si ha l'impressione che Berlusconi stia preparando la sua vendetta finale, in quel decreto si può facilmente immaginare che verranno compresi alcuni dei temi a lui cari che tutto il parlamento dovrà essere costretto ad approvare per non scontentare l'Europa che ci guarda ogni giorno sempre più preoccupata.
E se non dovesse essere approvato , beh allora la colpa sarebbe dell'opposizione che rischia in un clamoroso ribaltone di fare la figure agli occhi del  mondo della parte irresponsabile che potrebbe affossare il paese.
Un sottile gioco politico, come quello che un anno fa ha consentito a Berlusconi di guadagnare un mese di tempo per la data della mozione di sfiducia e nel frattempo quindi di riuscire a "convincere" alcuni parlamentari a ritornare all'ovile.
In questo momento mentre i titoli dei giornali di tutto il mondo lo danno già morto e sepolto ho la sensazione che stia sorridendo per essere riuscito ancora una volta a rifilare a salvare la pelle ed a fare fessi tutti gli italiani.
La parola "fine" non è ancora stata scritta, forse c'è ancora una pagina bianca ed un uomo con una penna in mano che sta per riempirla, una specie di testamento la cui eredità dovremo portarci sulle spalle per generazioni. Speriamo che sia finito l'inchiostro.

martedì 8 novembre 2011

Cercasi Noè

Stiamo tutti guardando il cielo, cerchiamo uno squarcio azzurro nella matassa ingarbugliata delle nuvole grigie che sembra un nodo indistricabile. L'acqua è fonte di vita, ma in questi giorni è diventata portatrice di morte. Ogni anno ci sono un'alluvione e dei morti da ricordare, ogni anno si aprono (e si chiudono dopo pochi giorni) le polemiche sulle colpe, ma quelle mezze stagioni che un luogo comune vuole che non esistano più sono diventate l'incubo per chi vive a pochi metri da un qualsiasi rigagnolo.
L'uomo da sempre ha cercato la vicinanza dei corsi d'acqua, che consentono di irrigare le terre, di praticare la pesca, di raggiungere altri luoghi. Una delle più grandi civiltà della storia, quella egizia, non sarebbe esistita senza il prezioso aiuto del Nilo.
Adesso è troppo facile allargare le braccia e parlare di fatalità, di pioggia eccezionale, di evento imprevedibile. La verità che la nostra è un'inciviltà fondata sul mattone, si continua a costruire, ovunque, sempre, senza rispetto, perché alla base delle grandi ricchezze c'è sempre una colata di cemento. Vogliamo ricordare ad esempio come ha cominciato Silvio Berlusconi?
Ma la natura è una belva che non si lascia addomesticare, ci sono voluti milioni di anni per creare un equilibrio fra le forze della natura e stanno bastando pochi decenni per distruggere irrimediabilmente il mondo che ci accoglie.
E la terra si vendica, esige i sacrifici sull'altare. Ma come sempre sono gli innocenti che pagano ed i colpevoli non solo la fanno franca, ma rischiano pure di guadagnarci, perché bisogna pur sempre ricostruire e quindi un alluvione può essere un occasione di business.
Non ci resta che sperare in un nuovo Noè.

lunedì 7 novembre 2011

Il consumismo è una malattia?

Il consumismo è una malattia: questo è il verdetto a cui si potrebbe addivenire dopo avere assistito alle scene registrate la scorsa settimana a Roma a seguito dell'apertura di un nuovo centro commerciale. Eppure a ben guardare il consumo di beni e servizi è il punto cruciale dell'attuale sistema economico capitalistico ed è alla base di tutti meccanismi di sviluppo economico attualmente contemplati, tanto che la tanto agognata "ripresa dei consumi" viene fatta apparire come l'unica ancora di salvezza dalla crisi attuale. Ma allora dove sta la ragione?
Il nodo principale è quello di non cedere a facili estremismi in entrambi i sensi: non è ipotizzabile un mondo senza produzione e consumi che significherebbe far ritornare indietro la civiltà di secoli, cancellare il progresso che ha consentito prima di tutto di migliorare l'aspettativa di vita dell'uomo, la possibilità di cura delle malattie, un migliore condizione di vita quotidiana per cui il lavoro non viene svolto esclusivamente per consentire la sopravvivenza ma anche per la crescita spirituale ed economica. Ma la produzione di beni e servizi ha alcuni limiti fisiologici: l'utilità marginale degli stessi, il rapporto fra la domanda e l'offerta ed il consumo di risorse utilizzate per crearli.
Lo sviluppo della civiltà dei consumi ha avuto inizio negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, dove grazie alle scoperte in campo tecnologico e scientifico, oltre alle mutate situazioni politiche e sociali dei paesi occidentali, è stato possibile dedicare risorse a scoperte ed invenzioni che potessero migliorare la qualità della vita.
Chiaramente per alcuni decenni questa fase ha avuto una curva di crescita in quanto il meccanismo insito consentiva a sempre una maggior fetta della popolazione di avere disponibilità economiche tali da aumentare la domanda di beni e servizi che apparivano possedere un'utilità intrinseca. Ma poi il mercato è giunto alla saturazione, basta che ognuno di noi si guardi intorno in casa propria per comprendere che risulta difficile ipotizzare il bisogno di qualcosa che non si possegga e davvero possa essere effettivamente utile.
Non solo, nel corso degli anni la produzione industriale ha dovuto utilizzare una quota sempre maggiore di risorse disponibili sul pianeta per far fronte all'enorme domanda di energia e di materie prime da utilizzare, per non parlare dei danni causati dall'inquinamento ambientale e dell'insostenibile quantità di rifiuti da smaltire che il consumo di beni comporta.
Gli imprenditori quindi hanno dovuto far fronte ad una domanda spontanea stagnante a cui hanno risposto con tecniche di marketing subdole miranti a creare la necessità di beni e soprattutto servizi totalmente superflua ed anche riducendo la vita utile dei beni prodotti, in modo da costringere i consumatori a comprare lo stesso bene più volte nel corso degli anni a causa dell'obsolescenza tecnologica o del consumo effettivo.
Questi ultimi due elementi combinati generano una sudditanza psicologica negli utenti a cui la pubblicità e le convenzioni sociali, fortemente influenzate dalle correnti di opinione degli attuali esponenti governativi guardacaso imprenditori, crea un meccanismo perverso di necessità fisica nei confronti del possesso di beni e servizi, un vero e proprio lavaggio del cervello i cui effetti sono stati resi evidenti da quanto appunto accaduto la scorsa settimana a Roma.
La soluzione? Intanto la presa di coscienza a livello politico che la crescita per essere tale deve essere sostenibile sia per le risorse consumate per attuarla sia per gli obiettivi primari di un nazione, che le attuali crisi dimostrano non possono essere solo di carattere economico ma anche sociale ed ambientale.
D'altra parte però ci deve essere un risveglio da parte di tutti noi nei confronti delle scelte individuali, che non devono essere più influenzate dalla pubblicità e dai modelli socio economici imposti dall'alto ma devono riflettere le reali necessità di ciascuno e la consapevolezza di quanto il nostro comportamento possa incidere sull'ambiente circostante e sulle risorse a disposizione per il futuro, perché deve essere un obiettivo primario lasciare ai nostri figli un mondo migliore di quello che abbiamo generato.

mercoledì 2 novembre 2011

Meglio i licenziamenti facili o le dimissioni?

Ci risiamo, dopo averlo nascosto fra le pieghe del decreto di agosto il tema dei licenziamenti facili riappare miracolosamente nella lettera consegnata la scorsa settimana dal premier Silvio Berlusconi all'Unione Europea, che manifesta per l'argomento una vera ossessione, paragonabile a quella per il sesso di cui si è a lungo parlato negli ultimi mesi.
L'insistenza con cui viene proposto evidenzia una vera e propria mania punitiva nei confronti dei lavoratori dipendenti, evidentemente considerati il maggiore bacino di voto dell'opposizione e pertanto al centro del mirino, anche in vista delle elezioni del 2013 o, più probabilmente, del 2012.
Ma vediamo di restringere il campo dell'analisi ai soli effetti sullo sviluppo economico che la misura dovrebbe apportare.
Più volte il governo e gli imprenditori, che rappresentano ovviamente il popolo degli elettori del centro destra (ricordate la frase di Berlusconi ad un convegno pre-elettorale di Confindustria "io sono uno di voi") hanno evidenziato come sia necessaria una riforma del mercato del lavoro per ottenere una maggiore flessibilità nell'aplicazione dei contratti, al fine di rispondere alle esigenze imposte dalla globalizzazione dei mercati. 
In realtà una prima serie di norme in materia è già stata emanata da tempo, pensiamo alla cosiddetta "Legge Biagi", creando enormi distorsioni dovute alla creazione di figure contrattuali anomale che hanno sviluppato in misura superiore al previsto il cosiddetto fenomeno del precariato. 
Di conseguenza la situazione attuale del mercato italiano è caratterizzata dalla presenza in sostanza di due categorie: da una parte i lavoratori a tempo indeterminato in maggioranza assunti fino agli anni novanta con tutte le tutele economiche e normative previste dall'evoluzioni delle lotte sindacali degli anni sessanta e settanta, dall'altra una sempre più crescente fetta di lavoratori atipici, ovviamente tutti giovani, con stipendi a livello di sopravvivenza e quasi nessuna tutela normativa. 
L'impostazione nelle dichiarazioni ed intenzioni degli esponenti di governo è quella di scatenare una guerra generazionale, provocare un senso di colpa nei padri che rubano il posto ai figli. Ma dietro questa falsa diatriba vi è la volontà di smontare pezzo per pezzo l'insieme delle tutele e dei trattamenti economici, in quanto è evidente il risparmio che verrebbe realizzato da parte delle aziende sostituendo i "vecchi" lavoratori con i "nuovi", sottopagati.

Ma oltre all'evidente vantaggio economico è ancora più rilevante il pericolo dell'utilizzo improprio dello strumento del licenziamento, che verrebbe a configurarsi come una minaccia sventolata continuamente agli occhi del lavoratore che non soggiace ai voleri dell'imprenditore. Quindi flessibilità in un unico senso, con il lavoratore costretto a subire qualunque tipo di richiesta venga dal datore di lavoro, in tema di riconoscimenti economici, di orari di lavoro, di mancata fruizione di ferie  e festività e chi più ne ha più ne metta. Possiamo immaginare che il trattamento riservato sarebbe assolutamente paragonabile a quello tuttora vigente per i lavoratori in "nero" e per gli extacomunitari, situazioni che ben esemplificano il modello ideale che le aziende vorrebbero adottare e che è stato sposato in pieno dall'attuale governo.
Fin qui abbiamo parlato dei vantaggi per le aziende e dei danni per i lavoratori, ma il provvedimento dovrebbe far parte di una serie di misure a sostegno dello sviluppo economico per favorire la ripresa del paese piombato nella peggiore crisi dal dopoguerra. E quindi, quali vantaggi porterebbe se diventasse legge, superando le varie traversie paralmentari e le inevitabili proteste di piazza?
La risposta è facile: nessuno, anzi sarebbe probabile un danno per il sistema ed un ulteriore decrescita del paese.
Posto che il reddito prodotto possa essere lo stesso come viene distribuito e che effetti comporta sulla ricchezza nazionale?
Le vittime predestinate delle crisi economiche e sociali degli ultimi anni sono stati gli appartenenti alla cosiddetta classe media, cioè in sostanza quegli individui il cui livello di reddito consente non solo di soddisfare le primarie esigenze per la sopravvivenza ma di destinarne quote al consumo di beni e servizi non indispensabili od all'accumulo di risparmi per fronteggiare le esigenze future, oppure a combinare entrambi gli obiettivi qualora possibile. 
In questa cornice si possono sostanzialmente ricondurre i lavoratori dipendenti del settore pubblico e privato (in particolare delle aziende medio grandi) in maggioranza con contratti di lavoro a tempo indeterminato e quindi livelli retributivi e normativi risalenti ad epoche precedenti alle ultime riforme del lavoro. A questi vanno aggiunti anche lavoratori autonomi, artigiani e commercianti le cui attività indipendentemente dalla forma giuridica con cui sono esercitate fanno capo al titolare ed alla sua famiglia.
Tratti distintivi di entrambe le categorie è la destinazione del reddito al soddisfacimento dei bisogni personali e dei propri familiari, indirizzando pertanto l'eventuale accumulo alla creazione di riserve per essi e per la gestione degli eventi futuri, escludendo quindi la creazione di profitto finanziario come obiettivo primario dell'attività.
Si tratta quindi di una collettività importante, anzi statisticamente la più numerosa considerando l'intera popolazione; in particolare i lavoratori dipendenti rappresentano all'incirca il 75% dell'intera forza lavoro e pertanto appare subito evidente che gli effetti della misura andrebbero moltiplicati su una collettività numericamente rilevante.
Ma come si comporta la classe media ed in particolare i lavoratori dipendenti?
Il ceto medio si è sviluppato in seguito alla crescita economica globale dopo la seconda guerra mondiale, quando l'elevato grado di industrializzazione ha consentito di aumentare la produzione riducendo il tempo ed i mezzi impiegati per produrre i beni. Di conseguenza i lavoratori hanno avuto la possibilità, grazie alle lotte sindacali intraprese, di ridurre l'orario di lavoro ed aumentare il salario a disposizione.
Questo meccanismo ha creato in pratica la figura del consumatore, cardine dell'attuale sistema capitalistico e produttivo, in quanto con maggiori risorse economiche e di tempo i lavoratori hanno cominciato ad utilizzare il reddito per acquistare beni e servizi non strettamente necessari o derivanti dalle evoluzioni tecnologiche, creando un processo virtuoso per le aziende che vedevano aumentare la produzione ed i profitti; analogo destino toccava agli stati stessi che dalla crescita della ricchezza incameravano maggiori risorse da destinare al proprio funzionamento.
Ma questo processo ha un limite fisiologico, perché non è automatica la crescita dei consumi all'aumentare del reddito, in quanto oltre un certo limite la propensione al consumo si stabilizza, in quanto non esistono nuovi beni da acquistare oppure la soddisfazione per il possesso non giustifica l'ulteriore spesa, limite che mediamente è lontano da raggiungere per i lavoratori dipendenti.
Ma dall'altra parte i possessori di ingenti redditi che superano tale limite hanno mutato nel corso degli anni il loro comportamento, non indirizzando più la ricchezza prodotta al reinvestimento nelle proprie attività, fatto che aveva consentito negli anni del boom economico la crescita del sistema, in quanto i nuovi investimenti creavano nuovi posti di lavoro e immettevano nuovamente nel sistema liquidità generando un circolo virtuoso. Negli ultimi decenni si è affermato il fenomeno dell'esportazione dei capitali all'estero e della crescita della speculazione finanziaria, oltre ad una crescita esponenziale dell'evasione fiscale proprio per favorire tali attività, diventando in un numero crescente di casi l'attività primaria degli imprenditori.
Quest'ultimi pertanto utilizzano gli utili delle aziende non più per far crescere l'attività ma principalmente per aumentare a dismisura la propria ricchezza personale, a danno dell'intera collettività che vede redistribuire in maniera sempre meno equa il reddito prodotto dalla nazione. Non solo, gli stessi imprenditori protagonisti delle azioni sopra citate sono in genere gli stessi che presentano bilanci in perdita ed accedono alle risorse pubbliche della cassa integrazione, quando non arrivano a far fallire la propria impresa volontariamente lasciando i creditori con un pugno di mosche ed i lavoratori in mezzo ad una strada, tranne poi ricominciare daccapo con una nuova azienda vergine.
Quindi, per tornare al nocciolo della questione, i lavoratori dipendenti sono la fetta della popolazione con la maggiore propensione al consumo e disponibilità al sostegno delle aziende mediante l'investimento finanziario dei propri risparmi, le imprese invece sono sempre più protagoniste di speculazioni finanziarie che sottraggono ricchezza al paese e pertanto l'ulteriore spostamento del reddito e le agevolazioni previste dalla legge sui licenziamenti che potrebbe essere approvata avrebbe come evidente risultato una drastica riduzione dei consumi interni (ricordiamo che la produzione è rivolta in media per circa l'80% al mercato interno), minori risorse da destinare al sostegno diretto delle imprese sane, possibile incremento dell'evasione fiscale e ricorso a strumenti pubblici di sostegno del reddito per i disoccupati, aumento della  speculazione finanziaria e trasferimenti illeciti di capitali all'estero.
E tutto questo dovrebbe servire a risanare il debito pubblico e fungere da volano allo sviluppo del paese?
Come diceva un famoso slogan pubblicitario ... 
"meditate gente, meditate".

mercoledì 19 ottobre 2011

Ma va a lavorare!

"In nome del popolo italiano condanno l'miputata ad andare a lavorare ed all'interdizione perpetua al carcere". Potrebbe suonare così  nel prossimo futuro la lettura di una sentenza in un aula di un qualsiasi tribunale italiano, sì perché dopo quanto si è appreso oggi in merito alle dichiarazioni rilasciate da Patrizia Reggiani credo che da ora in poi si debba dare una lettura un po' differente di cosa si intende per giustizia.
Partiamo dall'antefatto, nel 1995 viene ucciso Maurizio Gucci, un cognome noto in tutto il mondo anche se al tempo aveva giàceduto le proprie quote della famosa casa di moda, dopo due anni di  indagini il cerchio si chiude e la mandante dell'omicidio viene identificata nella moglie Patrizia Reggiani.
Dopo aver scontato la metà della pena la legge consente di richiedere un regime di semi libertà che consente al carcerato di trascorrere la giornata in libertà svolgendo però un attività lavorativa per poi rientrare in cella per la notte.
Una mano tesa dalla giustizia per favorire il recupero di chi ha sbagliato ma vuole dare un senso anche alla sua colpa ma, colpo di scena, la signora Reggiani la rifiuta.
I motivi? La nobildonna non ha mai lavorato in vita sua e preferisce restare in carcere a curare le sue piante ed il suo furetto.
Inquadriamo bene la scena, una condannata per omicidio, quindi non per il furto di una merendina al supermercato viene mantenuta vita natural durante a nostre spese per evitarle di rovinarsi le unghie con lo sporco lavoro, lasciandole la possibilità di passare il suo tempo a coltivare i suoi hobbies, senza la benché minima preoccupazione né sensi di colpa.
Questo mentre fuori il mondo brucia ed i più fortunati passano la giornata a lavorare (ma sono impazziti?) e lasciano seccare i gerani sul balcone perché non hanno la testa ed il tempo di innaffiarli (che indecenza!).
Ergo, la galera non sarà più una punizione a l'aspirazione a cui tendere, i bambini alla fatidica domanda "cosa ti piacerebbe fare da grande?" risponderanno all'unisono "il carcerato" e pertanto la nuova casta non avrà più sede a Montecitorio ma a Regina Coeli. Ovviamente questo privilegio non potrà essere per tutti e come nei clubs esclusivi dei vips ci saranno i buttafuori che selezioneranno la clientela che potrà accedere. 
Di conseguenza la massima pena inflitta dai giudici potrà essere la condanna al lavoro dipendente fino all'età della pensione e magari senza nemmeno percepirla e fioccheranno le querele nei confronti di chi per insultare qualcuno lo apostroferà "lavoratore!" (vedasi magnifica interpretazione di Alberto Sordi in "I vitelloni). 

domenica 16 ottobre 2011

La vera identità dei violenti

Chi sono i violenti? Con ancora le immagini negli occhi dei disordini di ieri a Roma credo che la maggior parte delle persone non esiterebbe a rispondere d'istinto i "black blocks". Perfetto, è il risultato desiderato da chi ha lavorato nell'ombra per demonizzare l'importanza di quanto è accaduto ieri in più di 900 città nel mondo, o meglio di chi non ha agito per evitare che le violenze si verificassero.

Già perchè non si può non essere sfiorati dal sospetto che quanto accaduto potesse far comodo a chi avrebbe voluto screditare il movimento degli indignati e più in generale la contrapposizone all'attuale azione di governo.
Difatti mentre in tutto il mondo le manifestazioni sono state assolutamente incruente solo in Italia si sono verificati incidenti e di conseguenza tutte le copertine dei media si sono catalizzati sulla cronache e gli effetti delle violenze, annullando di fatto il messaggio che centinaia di migliaia di persone che ieri sfilavano a Roma intendevano portare agli occhi della nazione. 

Non solo, la lettura che risulta facile proporre da parte di chi vuole sfruttare quanto accaduto è di facile intuizione e cioè che queste sarebbero le conseguenze se si lasciasse senza controllo la libertà di esprimersi, se si concedesse il potere in mano a gente non indignata ma indegna di essere ascoltata, per cui già mi sembra di sentire il fatidico "ghe pensi mi" che  il nostro Presidente del Consiglio adopera ed abusa per dimostrare agli italiani che senza di lui ci sarebbe il diluvio universale. Difatti basta leggere i titoli di oggi dei giornali vicini al premier a dimostrazione di come gli eventi siano stati strumentazlizzati al fine di addebitarli alle forze di opposizione, politiche e non.

E' evidente comuqnue che non ci sia stata un precisa volontà di prevenire gli scontri, era talmente ovvio che considerato l'evento ed il numero di persone coinvolte le schegge impazzite dei "black blocks" si sarebbero infiltrati come avviene ad ogni evento di rilievo internazionale. Peraltro sia le persone che i mezzi informatici usati dagli stessi per organizzarsi è presumibile ritenere che siano controllabili dalla polizia o dai servizi segreti e comunque una volta giunti sul posto sono soggetti facilmente riconoscibili, pertanto nasce il dubbio più o meno legittimo che le forze dell'ordine avessero degli ordini immagino non scritti di lasciare rovinare un pò la festa intervenendo solo dopo, altrimenti non si spiega perchè in tutto il resto del mondo la prevenzione abbia fatto sì che le manifestazioni non abbiano lasciato tracce di violenza.

Quello che è successo però non deve fermare però il processo in corso di cui le varie organizzazioni degli "indignati" sono i rappresentanti, un processo globale che si è sviluppato come un anditodo allo stesso virus proprio della globalizzazione che, nata per suggellare lo sviluppo planetario dei mercati, è implosa come le Twin Towers trascinando le maggiori eocnomie mondiali in una crisi spaventosa senza precedenti. 

Il vero male del ventunesimo secolo è l'azione di forza da parte dei poteri economici e politici forti (troppo spesso queste due categorie coincidono, in particolare nel nostro paese) che stanno progressivamente attivando un'azione di forza per riprendersi tutti i privilegi che le lotte sociali e lo sviluppo civile ed economico del dopoguerra avevano ridotto o cancellato. Dunque prima si provoca la crisi con comportamenti scellerati poi per risolverla si chiede agli stessi soggetti  che ne hanno subito le conseguenze di porvi rimedio attigendo sempre dalle stesse risorse sempre più scarse. 

Così a pagare sono sempre il lavoro e le persone, mentre a godere della finta crisi sono le istituzioni finanziarie ed i soggetti che le appoggiano, con molti politici in primo piano. Quindi da una parte manager di grandi aziende pubbliche e private aumentano vertiginosamente i propri benefits, mentra dall'altra le stesse aziende licenziano o mettono in cassa integrazione i propri dipendenti ed aumentano a disumisura i costi per gli stessi propri clienti. Un serpente senza fine che ingoia tutto quello che trova sulla sua strada e che non guarda al futuro, perchè il motto che li spinge è "dopo di me il nulla".

E questa non è violenza?

Non é violenza vedere i prori figli che non trovano lavoro o diventano precari a vita,  che vengono anche solo immaginati i condoni fiscali,  che venga tassato all'inverosimile il lavoro mentre il patrimonio non può essere toccato,  che molti imprenditori svuotino le proprie aziende esportando le risorse prodotte dai lavoratori nei paradisi fiscali,  che il paese con il più grande patrimonio artistico del mondo ed tra le più belle risorse naturali venga sommerso da una valanga di cemento peraltro costruito utilizzando manodopera in nero spesso sfruttando la disperazione degli extra comunitari,  che una classe scolastica pubblica contenga 54 bambini mentre vengono erogati contributi a chi frequenta le scuole private,  la vergognosa compravendita di voti parlamentari e conseguente assegnazione di cariche pubbliche ad ogni voto di fiducia che consente di sopravvivere ad un governo che ormai è morto da tempo?

Credo che ognuno di noi abbia una pagina da aggiungere a questa lista degli orrori e possiamo affermare che "siamo tutti indignati" ma la risposta vincente è proprio la non violenza, l'unità della forza di chi crede nel futuro e lo vuole costruire senza distruggere.

Steve Jobs? Un falso mito

Il 5 ottobre è morto Steve Jobs, un evento a cui i media hanno dato ampio risalto tanto da renderlo un lutto universale, celebrato con gli stessi mezzi che egli aveva sviluppato.

Si sono susseguite in tutto il mondo le dichiarazioni di personaggi del mondo politico, del business, dello spettacolo che hanno sottolineato il carattere visionario ed innovativo della sua opera, ma le reazioni più forti sono venute dal suo "popolo", da quelli che lo hanno considerato un "guru", un icona "religiosa" da seguire in tutto e per tutto, anche accampandosi nelle freddi notti davanti agli "Apple Store" per essere i  primi ad acquistare un nuovo prodotto del marchio della mela, fino a chi lo ha addirittura accostato a Leonardo da Vinci.

Ma il dolore della morte e la sofferenza della malattia appartengono solo a coloro con cui condivideva i sentimenti e la vita di ogni giorno, persone per le quali il ricordo resterà vivo per sempre ma a tutti gli altri, a noi che abbiamo conosciuto solo il suo lato pubblico cosa resterà dopo che la notizia della sua morte e della sua eredità non comparirà più sulle pagine dei giornali?

Ebbene, credo che non entrerà nella storia.

Il suo grande genio (commerciale) non è stato quello di inventare, ma di trasformare, plasmare apparecchi ideati da altri in oggetti del desiderio facendoli diventare status symbols, marchi di appartenenza ad un gregge di cui era il pastore. Ma questi oggetti fanno parte di un mondo chiuso ed elitario, anche dal punto di vista tecnico spesso incompatibili con altri hardware e software, con un prezzo decisamente molto elevato rispetto ai concorrenti.

In pratica e' stato l'ideatore di una nuova casta sociale ed in un momento in cui le risorse planetarie stanno sempre più concentrandosi in mano ad una ristretta cerchia di persone con conseguente rallentamento della crescita sociale ed economica, questo non può essere certo considerato un merito.

Ha provocato lo stesso effetto che hanno avuto nei decenni precedenti gli stilisti nel mondo della moda, creare un marchio che fosse un icona di stile e diventasse un sogno da realizzare anche per la casalinga da Voghera.
Insomma un grandissimo direttore di marketing, ha convinto milioni di persone nel mondo che la vita fosse più semplice e divertente con i suoi giocattoli, e soprattutto, come recitava il più famoso slogan coniato qualche anno fa per il rilancio del marchio Apple, "Think different", che il possederli avrebbe voluto essere appunto differenti, e sottinteso, superiori.

Ha creato uno dei marchi più conosciuti nel mondo, e la forza di un marchio è un grimaldello che apre le porte della mente dei consumatori e svuota i loro portafogli.

Ha raggiunto il risultato che ogni imprenditore sogna, creare un orda di clienti sfrenati e maniacali che non vedono l'ora di provare la venticinquesima versione dello stesso prodotto, con il prezzo sempre più alto, gettando via quella precedente.

Ma c'è anche il lato oscuro della vicenda, lo sfruttamento di uomini, donne e bambini in Asia nelle fabbriche della Foxxcon che producono per la Apple, un moderno schiavismo per di più legalizzato, che ha portato ad un numero impressionante di suicidi dei lavoratori schiacciati dalle disumane condizioni di vita nella fabbriche /  prigioni e beffati dalla richiesta di impegnarsi per iscritto a non farsi del male.

Come insegna la storia la scomparsa di un dittatore spazza via i seguaci ed i castelli di carta che aveva costruito, pertanto ritengo che la fortuna di Apple sia legata esclusivamente al  carisma ed alle  capacità imprenditoriali del suo fondatore.

Il mercato globale, con i paesi come l'India che stanno facendo passi da gigante nella tecnologia avanzata (stanno uscendo tablets del tutto simili all'IPad ma con prezzi alla portata di tutti), la crisi mondiale economica, la sempre più vicina fine del capitalismo così come lo abbiamo conosciuto nel ventesimo secolo e di cui l'azienda di Cupertino era uno dei maggiori esponenti, sono tutti fattori che ritengo influenzeranno negativamente le vendite dei prodotti della mela nei prossimi anni, perché i consumatori finora hanno agito seguendo un istinto "bestiale" accecati dalla devozione al loro "profeta" e senza di lui è probabile che si sentiranno persi, orfani del loro mentore.

Siamo entrati in una fase storica in cui la recessione spingerà gli individui a ripensare le proprie scelte ed a individuare nuovamente le priorità di spesa di risorse sempre più esigue ed in questo processo è prevedibile che IPod, IPhone ed IPad siano destinati a finire nel cassetto dei ricordi, con buona pace dei fanatici del marchio della mela che non fatichieranno a trovare un nuovo profeta dell'effimero.

domenica 9 ottobre 2011

I mondi delle donne

Il premio Nobel per la pace 2011 è stato assegnato a tre donne: Ellen Johnson-Sirleaf, presidentessa della Liberia, Leymah Gbowee, avvocatessa liberiana, e all'attivista yemenita Tawakkul Karman, "per la loro lotta non violenta in favore della sicurezza delle donne e del loro diritto a partecipare al processo di pace".

Una scelta coraggiosa ed innovativa ben sottolineata dalle parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha evidenziato lo straordinario contributo femminile all'avanzamento del progresso civile e sociale nel mondo contemporaneo e le istanze di libertà che si stanno levando da numerosi paesi del Mediterraneo e che non possono essere ignorate.

Questo perchè al di fuori del mondo occidentale la posizione delle donne, non solo nella società civile ma anche all'interno della stessa organizzazione familiare, è storicamente relegata ad un ruolo di secondo piano se non addirittura di sottomissione rispetto all'uomo, con la comprovata negazione, in molti casi, dei più elementari diritti della persona.

Un'altro scenario sempre negli stessi giorni in una terra, il Meridione, dove le condizioni della vita quotidiana spesso non sono tra le più facili, in particolare proprio per le donne. Alcune di esse lavorano in un maglificio, una struttura già segnalata pericolante ma a cui nessuno si interessa, tanto che viene fatta una demolizione nell'edificio adiacente, in spregio al più banale buon senso.

La palazzina crolla, restano sotto le macerie cinque donne, la figlia del proprietario della ditta e quattro operaie; dalla tragedia ne viene fuori un'altra, lo sfruttamento perchè le operaie lavoravano in condizioni quantomeno non adeguate per la miseria di quattro euro all'ora, una paga da fame per la disperazione di dover dar da mangiare ai figli e pagare un mutuo.

 Anche in questo caso il presidente Napolitano esprime il dolore di tutto il paese civile, quello che non si arrende, e parla con durezza "dell'inaccettabile ripetersi di sciagure là dove si vive e si lavora".

Contemporaneamente  a quesi eventi un altra importante carica dello Stato, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dava una sua personale interpretazione del contributo femminile alla società, "Cambieremo il nome del partito perché la denominazione Pdl non piace alla gente, lo chiameremo Forza Gnocca”.

Da una parte le donne che si impegnano e purtroppo si sacrificano alla causa dela civiltà e della famiglia, dal'altra la più bieca interpretazione maschilista e schiavista del ruolo femminile nella società, un anacronistico ritorno ad una schiavitù corporale e psicologica che ci riporta alla preistoria, dove gli uomini delle caverne consideravano le donne alla stressa stregua delle bestie che cacciavano.

E mnentre i giornali esteri si scatenano nelle fantasiose traduzioni del vocabolario berlusconiano è lecito chiedersi qual'è quella parte del pianeta che deve essere considerata "terzo mondo".

sabato 1 ottobre 2011

La rivoluzione democratica

La notizia politica principale di quest'estate non è la crisi finanziaria e nemmeno gli scandali che hanno coinvolto il presidente del consiglio, ma il ritorno della democrazia, del governo del popolo nel senso più vero e profondo del termine.
Sembra un paradosso perché la linea politica dell'attuale governo appare indirizzata ad un restringimento della filiera decisionale demandandola di fatto alla personalità di Silvio Berlusconi e, soprattutto, i fruitori delle decisioni politiche si riducono sempre più una ristretta cerchia di persone e di categorie sociali.


In realtà il nuovo corso della democrazia è nato in risposta al sempre più crescente disallineamento fra i cittadini ("il paese reale") e coloro che in teoria dovrebbero rappresentarli ("la casta"), per cui un numero sempre più rilevante di italiani ha inteso dimostrare questa insofferenza utilizzando in maniera forte i mezzi democratici a disposizione.

Così sono nati i successi dei referendum di giugno, i risultati clamorosi delle elezioni amministrative sempre di inizio estate che hanno visto trionfare in molte città candidati sostenuti da comitati nati al di fuori degli stessi partiti, le manifestazioni come lo sciopero della Cgil di settembre e nella stessa settimana il "Cozza Day" di Grillo, per finire al clamoroso risultato della raccolta di firme del referendum per abolire l'attuale legge elettorale, risultato che ha sorpreso gli stessi promotori ma ha anche provocato le riflessioni in primis del Presidente della Repubblica ma anche del ministro Maroni, che senz'altro non era stato tra i promotori dell'iniziativa.

C'è un vento nuovo che soffia lungo la penisola e raccoglie i desideri di tutti quegli italiani che sull'orlo di una crisi economica e sociale senza precedenti nella storia della Repubblica non vogliono più sentirsi soggetti passivi sulla cui pelle maturano le decisioni della classe politica della "seconda repubblica", fase che ormai è destinata al tramonto ma che rischia di chiudersi in maniera altrettanto drammatica della prima, con i politici coinvolti in inchiesta giudiziarie.

Ma purtroppo i vari decreti e leggi approvati nello stesso periodo, ma anche le linee d'azione dei maggiori partiti di entrambi gli schieramenti, appaiono muoversi nella direzione contraria, quella di un'accanita resistenza al cambiamento e soprattutto al mantenimento delle proprie prerogative e privilegi, tanto che nei momenti in cui si sono chiesti ai cittadini sacrifici da "lacrime e sangue" le varie ipotesi ventilate per la riduzione dei costi della politica sono silenziosamente sparite dalle discussioni parlamentari ed attualmente rimangono lettera morta.

Ma ormai il cerchio si sta chiudendo, le parti sane delle istituzioni, in primo luogo il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale che ed anche la Magistratura, che in questi anni hanno svolto un ruolo fondamentale nella difesa delle prerogative democratiche del nostro paese, si stanno muovendo al fianco dei cittadini per sostenere questa rivoluzione democratica che parte dalla base e che finalmente dovrebbe portare l'Italia fuori da quel tunnel che i governi dal 1994 ad oggi l'hnno spinta, facendola diventare uno dei paesi che non solo che gode di minor considerazione e prestigio a livello internazionale ma che anche detiene un bilancio economico e sociale che un tempo si sarebbe definito "da terzo mondo".

Ben vengano quindi anche iniziative di democrazia diretta che coinvolgano i cittadini nelle decisioni che li riguardano direttamente, come ad esempio sta succedendo nel comune di Capannori, in provincia di Lucca, dove la giunta guidata dal sindaco Giorgio Del Gingaro (centrosinistra) ha deciso di stanziare 400 mila Euro che verranno destinati ai progetti scelti da una commissione scelta dal basso e formata da cittadini che non detengono alcuna carica politica ma anche in associazioni, in modo da evitare qualsiasi interferenza in conflitto di interessi.

Un esempio virtuoso ed illuminante di come dovrebbe gestita la "res publica" e di come l'interesse collettivo sia indispensabile predomini su quello privato per consentire un processo di crescita globale e di stabilità, creando pertanto un clima sereno in cui tutte le parti sociali possano investire per il futuro e collaborare al fine di raggiungere obiettivi diversi ma soddisfacenti per tutti.

mercoledì 28 settembre 2011

Il valore della "famiglia"

Una nuova giornata nera per la democrazia, l'ennesima. Un altro schiaffo in faccia ed un altro calcio nelle terga di questo paese maltrattato da una casta onnipotente e corporativista, visto l'argomento del giorno "una famiglia" nel senso del termine ben conosciuto nelle cronache delle organizzazioni mafiose. Una famiglia allargata, che ha accolto a braccia aperte gli amici con la camicia verde che vent'anni fa sventolavano il cappio ad ogni comizio per significare la fine che avrebbero voluto per i "ladroni" romani ed i "mafiosi" del Sud.

 E quel tono minaccioso brandito oggi dal ministro contro la magistratura è una sfida inacettabile per chi crede ancora nel motto che campeggia in tutte le aule giudiziarie "la legge è uguale per tutti" , un insulto per chi ama questo paese e vorrebbe vederlo rinascere dalle ceneri della devastazione compiuta dal Nerone che decide i nostri destini.

 Il paese reale è sconcertato, furioso, inorridito dagli abbracci e dalle pacche sulle spalle visti oggi in Parlamento, i 325 che hanno votato contro la sfiducia al ministro Romano vengono presentati come la "maggioranza" ma ormai rappresentano solo sé stessi, fuori dalla culla protetta di Montecitorio ci sono almeno 45 milioni di italiani che si vergognano di loro.

L'Italia ormai è stremata dall'essere stata abbandonata a sé stessa, saccheggiata, spogliata delle sue ricchezze, rappresentata all'estero da un Lavitola qualsiasi, insultata da chi pretende di far passare come un aiuto ad una famiglia in difficoltà esosi esborsi per finanziare il lusso sfrenato e compulsivo di una coppia ossessionata  dal mantenimento di un tenore di vita inarrivabile per gli altri,  mentre i nostri figli vengono ammassati in classi di 54 alunni come i deportati verso i campi di concentramento, e come se non bastasse si sta per cancellare la libertà di parola e di opinione tentando di imbavagliare la verità e secoli di lotte di civiltà.

Siamo stanchi, delusi ma non ci arrenderemo facilmente, la nostra coscienza ed il nostro orgoglio di italiani di chiede di non essere complici ma di credere e lavorare per un paese migliore, per poter guardare negli occhi i nostri figli senza dover abbassare lo sguardo per la vergogna di avere regalato loro un mondo peggiore di quello che abbiamo ereditato dai nostri padri.

martedì 27 settembre 2011

L'enciclopedia dei sogni

Ci sono ricordi che restano indelebili per tutta la vita, sogni che accarezzi da bambino e ti ritrovi accanto da grande: sono gli eroi che hai amato, i difensori della giustizia e dei più deboli, quelli che sentivi di avere accanto in ogni momento.

Un mondo fantastico ma con personaggi veri, quello dei fumetti, un mondo dove tutto è permesso ma sai già che c'è anche una risposta a tutto e questo ti fa sentire al sicuro dai pericoli. Un mondo spesso in bianco e nero, ma con tutti i colori della vita che da bambino non hai ancora l'opportunità di conoscere e per questo il racconto dei fumetti è l'enciclopedia dei sognatori.

E questa "Treccani" della fantasia ha per quelli della mia generazione, e non solo, un nome su tutti: Bonelli.

Un marchio che significa subito Tex, l'ultimo eroe dell'epopea western, il paladino degli indifesi di qualunque colore e razza; ma anche gli anti eroi come Mister No, e non si può non ricordare il più grande successo degli ultimi anni, quel Dylan Dog surreale indagatore dell'incubo che ha avuto l'ardire di scalzare il mitico Tex nella hit parade della casa editrice.

Tanti personaggi, tanti disegnatori, grande rispetto per il lavoro e la fantsia degli autori e soprattutto il coraggio di osare e di dar libero sfogo all'immaginazione, un dono tanto prezioso che gli stessi bambini di oggi posseggono in quantità sempre minore.

Ed  allora grazie per sempe a Sergio Bonelli, perchè dentro le pagine che odorano di inchiostro c'è il profumo delle vite che vorremmo vivere e che rinascono dieci, cento, mille volte ad ogni nuova avventura; grazie per averci regalato le ali per volare in alto dove nascono i sogni e muoiono le ingiustizie.

domenica 25 settembre 2011

L'ultimo atto?

A Silvio Berlusconi il Parlamento è sempre sembrato un vestito troppo stretto e formale, un ostacolo a quella politica "del fare" che avrebbe dovuto essere alla base del presunto progetto di liberalizzazione del nostro paese.
Più volte ha ribadito l'inutilità dell'organo che intralcerebbe l'azione dell'esecutivo e che impederirebbe con le sue regole e l'elevato numero di membri la realizzazione delle necessarie riforme, in sintesi occorrerebbe concedere più poteri al Presidente del Consiglio.
Dichiarazioni che già contrastano coi numeri dell'attuale maggioranza del Parlamento decisamente a suo favore ma che non hanno ricevuto il giusto peso critico in passato considerando che veniva richiesto uno smantellamento del sistema democratico italiano per far posto alla concentrazione di poteri a favore di un "uomo forte", situazione che il nostro paese ha già sperimentato qualche decennio fa con i risultati che sono ampiamente visibili in tutti i libri di storia e nella memoria di chi è sopravvissuto ed ancora ricorda.
Questo succedeva fino a pochi giorni fa, perché ormai assediato all'esterno ma  anche all'interno della sua stessa maggioranza politica oggi il Presidente del Consiglio ha tenuto a ribadire che non ha nessuna intenzione di dimettersi, in quanto può essere solo sfiduciato dal Parlamento e dispone di una maggioranza forte e coesa, ribadendo inoltre che "in democrazia contano i numeri che ti dà il popolo".
Benissimo, allora perché non la diamo la parola al popolo? 
Guarda caso adesso il Parlamento non è più una palla al piede ma il "salvatore della patria", in questo momento la poltrona di Berlusconi è fatta salva da quelle stesse regole democratiche che ha sempre disprezzato ed avrebbe voluto cambiare a suo piacimento.
Eh no, caro sig. B. il Parlamento non è il giocattolo o l'amante che si prende e si dà solo quando serve, è la massima espressione della vita di un paese e proprio per questo ben vengano le iniziative per riportare questo organo supremo della democrazia ad un reale potere di rappresentanza, abolendo le nomine imposte dai partiti.
Caro sig. Berlusconi, il popolo i suoi numeri li vorrebbe esprimere e Lei sa che almeno l'80% degli Italiani non vuole più saperne di Lei e del suo "cerchio magico"; da uomo di spettacolo faccia calare il sipario sulla "tragedia" che ha rappresentato sulla scene per quasi vent'anni e ci permetta di mettere in scena una "commedia" con nuovi attori.

Verso l'infinito ed oltre

E adesso che la fantascienza è più vicina come la dobbiamo prendere? Dobbiamo entusiasmarci perché un viaggio nel tempo od in un'altra dimensione potrebbe diventare possibile oppure se oltre al mito di Einstein cade anche quello di Star Trek dobbiamo rassegnarci a seguire solo le "meteorine"?
I risultati dell'esperimento eseguito al Cern di Ginevra in questi giorni che ha visto i cosiddetti neutrini battere il record di velocità della luce e di conseguenza mettere in discussione una delle teorie più famose e mai smentite del genio di Einstein stanno facendo il giro di tutte le bocche, anche delle meno esperte.
Perché in fondo anche una materia così ostica e dannatamente lontana per una mente "normale" è riuscita a regalarci spiccioli di fantasia di cui in questi momenti di crisi ne abbiamo davvero bisogno. Libri, film e telefilm hanno accarezzato per decenni l'ipotesi fantascientifica di raggiungere altre galassie e diventare noi gli extra-terrestri, le conseguenze (ovviamente non immediate) della scoperta potrebbero essere anche la possibilità di raggiungere altre galassie proprio potendo muoversi a velocità finora ritenute irraggiungibili, perché nessun corpo avrebbe potuto superare quella della luce.
E vogliamo parlare del sogno di "Ritorno al futuro", cioè la possibilità di un viaggio nel tempo? Fra le spiegazioni del record c'è anche quella che i neutrini avrebbero imboccato una scorciatoia nello spazio-tempo, riuscendo così ad arrivare prima grazie ad un salto dimensionale.
Gli stessi scienziati intervistati in questi giorni sembrano divertirsi molto alle domande dei giornalisti su queste ipotesi ma li posso capire, anni rinchiusi in un laboratorio e nei sotterranei del Gran Sasso (chissà cosa pensano di come passa il tempo il nostro Presidente del Consiglio), una vita di sacrifici e di passione spesso per veder fallire un esperimento e frantumare i sogni in pochi millesimi di secondo, beh anche loro hanno diritto ai loro quindici minuti di celebrità e di sorriso.
A questo punto è doveroso un bel grazie, intanto per averci regalato una notizia postitiva in un lungo elenco di nuove negative e poi perchè possiamo tornare a fantasticare su mondi lontani e sconosciuti e viaggi in epoche in cui non abbiamo mai vissuto; sognare è sempre bello e non costa niente, ed è molto rasserenante al giorno d'oggi.

domenica 18 settembre 2011

Dieci ragazze

"Dieci ragazze per me posson bastare ... "
Chi non conosce questo celebre incipit firmato Mogol e lanciato in musica da Lucio Battisti?
A quanti di voi è tornata in mente questa canzone leggendo in questi giorni i resoconti sulle intercettazioni telefoniche che hanno coinvolto il nostro (confesso che faccio fatica ad usare l'aggettivo) Presidente del Consiglio?
A lui non non sono bastate, non bastano e non basteranno mai, è un bisogno compulsivo ed irrefrenabile di sentirsi vivo e sempre più distante da quella morte che teme più di ogni altra cosa.  
L'immortaliltà, ecco il suo fine ultimo, quella che gli antichi cercavano nella morte eroica in battaglia, nel sacrificio per un popolo, nel desiderio di entrare nella leggenda, scritta od orale che si tramandasse da una generazione all'altra, fino alla fine del mondo.
E così ci ricordiamo degli eroi del'epica greca come Ettore ed Achille, dell'epopea degli imperatori romani come Giulio Cesare, dello splendore dei faraoni egiziani come Ramsete, che avevano vissuto per lasciare la propria impronta nella storia dell'umanità. 
Nella storia entra anche chi con la propria intelligenza, la propria voglia di andare oltre i limiti ha contribuito con il passare dei secoli alla crescita della civiltà umana, come Leonardo da Vinci tanto per citarne uno di un lunghissimo elenco.
E non saranno nemmeno dimenticati i piccoli grandi eroi che hanno postposto la loro vita a quella degli altri, che si sono sacrificati in umiltà, tanti, tantissimi in tutte le epoche, santi e non, e sempre per citarne uno ad esempio rimanendo in epoche recenti mi è rimasto impresso da bambino l'esempio di Salvo d'Acquisto.
E di Berlusconi chi si ricorderà?
Prima o poi non sarà più al potere, prima o poi abbandonerà per sempre questa "valle di lacrime" ma cosa resterà?
Senz'altro non l'esercito di leccapiedi, loschi faccendieri e prostitute più o meno di mestiere che l'ha circondato in questi decenni, finiranno tutti risucchiati in un gorgo che li trascinerà nel bassofondo che li ha originati, sempre che non verranno sacrificati prima dal caimano al grido di "muoia Sansone con tutti i filistei".
Resterà la terra bruciata della crisi economica e sociale in cui ci ha affossato, il deserto culturale in cui ci ha trascinati con trent'anni di consigli per gli acquisti, veline e grandi fratelli, i milioni di italiani che hanno dovuto subire l'umiliazione di vedere il proprio paese nel fango e nella povertà a causa delle bramosie di grandezza e dall'ingordigia monetaria e sessuale di un uomo piccolo malato di gigantismo.
Non ci sono stati i morti delle guerre del Duce ma la distruzione economica, sociale e morale in atto è assolutamente paragonabile a quella del ventennio fascista: occorre una nuova Resistenza (ovviamente civile e non armata come purtroppo fu necessario allora) per arrivare alla speranza di un nuovo mondo; dal Dopoguerra al DopoSilvio la rinascita deve partire dentro di noi.
Io ci credo. E voi? 

sabato 17 settembre 2011

La dittatura televisiva

Tutto partì dal cosidetta "Editto di Sofia" (ricordate? « L'uso che Biagi... Come si chiama quell'altro? Santoro... Ma l'altro? Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga. »); era il 18 aprile 2002 e da un palcoscenico lontano il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (pregasi confrontare l'immagine di allora con qulla di oggi) poneva forse la prima pietra per quello che probabilmente già dal momento della sua discesa in campo era uno dei principali obiettivi: omologare la comunicazione e la cultura italiana al pensiero dominante, cioè il suo, eliminando ogni voce di dissenso. 
Un progetto degno delle dittature del novecento ma al posto del Ministero della Cultura Popolare dell'epoca fascista il punto di riferimento in cui ogni italiano avrebbe dovuto rispecchiarsi sarebbe stato uno solo: Mediaset, con il suo Grande Fratello, le interminabile trasmissioni sul gossip, le veline, le letterine, le meteorine, gli Amici, quei sorrisi stampati sui visi anche durante le catastrofi. Senza dimenticare che il nuovo ministero dell'italianità è di proprietà dello stesso B. il quale nel periodo della sua permanenza in politica ha semplicemente triplicato il suo patrimonio personale (sarà un caso?).
A distanza di quasi dieci anni il progetto pare essere arrivato al suo apogeo: la Rai ormai colonizzata ai desideri del capo ha chiuso tutte le trasmissioni in cui era possibile manifestare un pensiero diverso ed i loro conduttori sono stati epurati. Il TG1, un tempo il punto di riferimento dell'informazione televisiva in Italia, ha perso ogni tipo di credibilità sotto la direzione del fedele Minzolini (ognuno associ i termini all'immagine che preferisce) diventato la grancassa del regime forse peggio del TG di Rete Quattro.
L'incredibile è che si tratta della prima azienda al mondo in cui gli amministratori smettono di fabbricare i prodotti di maggior successo, è come ad esempio se la Ferrero decidesse improvvisamente di non produrre più la Nutella, una mossa degna del miglior Tafazzi.
Ma tant'è, quello che dovrebbe essere un servizio pubblico orami è ridotto ad un fantasma la cui esistenza è già stata più volte messa in dubbio al grido di "privatizziamo la Rai!" come se già nei fatti questo non fosse successo . 
Inoltre dal punto di vista commerciale l'indirizzo di sottomissione rispetto alla concorrenza di Mediaset è evidente da anni e sta ancora più accentuandosi con l'avvio della tecnologia del digitale terrestre, dove le reti di B. hanno ricevuto tutte le agevolazioni  possibili sia in tema fiscale (vedi le vicende dell'aumento dell'Iva per la concorrente Sky ed anche i contributi statali per incentivare l'acquisto del decoder che in molti casi includeva nel pacco la tessera di Mediaset Premium) che di assegnazione delle frequenze.
Per cui addio (ma speriamo di tarsformarlo in un arrivederci) a Saviano, Santoro e per ultima la Dandini, autori di programmi di enorme successo e soprattutto aperti alla vera discussione democratica ed alla satira senza censure, programmi in cui con metodi editoriali diversi si giungeva allo scopo di porre il telespettatore davanti alla realtà nelle sue mille sfaccettature.
E' anche la fine ufficiale del duopolio Rai - Mediaset, ormai potrebbero benissimo trasmettere a canali unificati, l'offerta televisiva è un desolante deserto di idee e di protagonisti. Non solo i programmi di opinione ma anche l'intrattenimento ha ormai toccato il fondo, schiavi dei reality e dei talent gli italiani non hanno più la possibilità nemmeno di divertirsi, sono scomparsi i veri programmi di varietà ed anche il filone comico e cabarettistico, che ha fatto la grande fortuna della televisione, sembra avere esaurito la sua verve.
Simbolico anche quanto sta succedendo a Striscia la Notizia, uno dei programmi più amati e spesso associato ad un'immagine di libertà editoriale: sta passando in questi giorni lo spot di presentazione per la nuova edizione in cui il conduttore annuncia l'assenza delle veline nel caso in cui i giornali del gruppo l'Espresso  dovessero rinunciare alle immagini femminili in copertina, a cui segue l'ironica preghiera delle veline ad una statua di Carlo De Benedetti. Fin troppo esplicito il riferimento alla vendetta di B. contro la sentenza di quest'estate in cui il gruppo di proprietà del Presidente del Consiglio veniva obbligato a pagare al gruppo Cir proprio facente capo a De Benedetti la somma di 560 milioni di Euro per le irregolarità compiute nell'acquisizione della Mondadori. Un ulteriore pessimo esempio di come la comunicazione televisiva in Italia è indirizzata a proprio piacimento ed anche per fini personali da un unico soggetto.
Non ci resta che piangere? No, sul bracciolo del nostro divano c'è un arma potentissima che finora non è stato ancora possibile controllare (ma stanno studiando come fare): il telecomando. Basterà schiacciare un pulsante diverso dai primi sei di questo micidiale strumento per chiudere fuori di casa il "Grande Fratello B."; se qualcuno merita la nostra attenzione lo potremo premiare altrimenti basterà oscurare quello schermo per dimenticarci di loro.
Peraltro ormai la Tv ha un concorrente che sta rubandogli anche le quote a lei destinata e cioè la Rete, dove per il momento (qui la censura potrebbe essere tecnicamente possibile) la democrazia trova la sua miglior dimora. Non per niente Michele Santoro ha appena annunciato la nascita del suo nuovo programma "Comizi d'amore" che verrà trasmesso prioritariamente sul web ed in tv solo sui canali che ne faranno richiesta; non solo, al fine di mantenere l'indipendenza editoriale il programma potrà essere direttamente finanziato dal pubblico stesso, e qualora l'iniziativa dovesse riuscire è evidente che si creerebbero i presupposti per un vero servizio pubblico e di reale espressione della libertà giornalistica, venendo meno pertanto i legami monopolistici che legano il nostro paese in pratica ad un'unico editore televisivo.
Un bel passo in avanti, non c'è che dire, un'idea nuova che se vincente sconvolgerà il mondo dell'informazione italiana e finalmente potrà consentire il canto a più voci fondamentale per il ritorno alla democrazia reale, quello del "potere del popolo".